Gioco
Una vita alla Ventura, l'ex ct si racconta: le origini, i successi e quella maledetta sconfitta
I 75 anni del mister. «Una carriera distrutta per due ko». La Nazionale rimasta come cruccio, Lecce e Torino le imprese del cuore
L’azzurro del mare di Genova e quello intenso della maglia della nazionale sono stati per lui l’inizio e la fine di una splendida avventura umana e professionale cominciata negli anni Sessanta partendo dal grigio delle acciaierie di Cornigliano. Gian Piero Ventura (due parole come registrato all’anagrafe) tecnico innovatore, visionario e psicologo capace di vincere in ogni latitudine (da Chiavari a Pistoia, da Lecce a Cagliari, da Bari a Torino) e soprattutto di sperimentare calcio propositivo e divertente basato sul possesso palla e sullo sviluppo del gioco attraverso le corsie laterali, oggi festeggia i suoi primi 75 anni. Dal 2016 vive a Bari con la compagna Luciana, ma stasera sarà a Genova: «Dopo tanti anni di calcio trascorsi a girovagare su e giù per lo Stivale e in mezzo mondo festeggio con mio fratello Enrico che ha compiuto 67 anni. Un tuffo nei ricordi della nostra infanzia: da piazza Monteverdi a Cornigliano, dove siamo nati, a Sestri Ponente sino alla nostra amata città». Sul campionato ha le idee chiare: «Lo scudetto lo può perdere soltanto il Napoli del mio amico Spalletti che è la squadra più europea tra quelle italiane. Se ti permetti il lusso di tenere in panchina gente come Lozano, Simeone, Raspadori ed Elmas significa che hai una rosa di altissimo livello».
L’ORIGINE
Tutto ha inizio all’oratorio di via Minghetti a Cornigliano: «Di me bambino ho conservato poche foto. Ma in tutte mi si vede con un pallone sotto il braccio. Abitavamo a una decina di metri dalla canonica e in quella seconda metà degli anni Cinquanta si giocava per strada o sul campetto dell’oratorio Ozanam. Il mio primo allenatore è stato un prete e dovevamo sottostare alle sue regole. Ci forniva il pallone, ma quando era l’ora della messa se lo veniva a riprendere e noi dietro a lui a presenziare le funzioni come chierichetti o catechisti. E se ti scappava qualche parolaccia ti arrivavano tra capo e collo certi scappellotti. Magliette, mute, scarpette? Mai viste. Ognuno veniva con gli abiti che aveva». A 12 anni un amico del padre lo vede giocare e fa il suo nome a un dirigente della Sampdoria «Mi fecero un provino e mi presero subito. Ho fatto tutto il settore giovanile blucerchiato sotto la guida di Cherubino Comini, un papà per noi giovani. Giocavo da mediano o da centromediano. Con Marcello Lippi abbiamo vissuto quattro anni nel settore giovanile come gemelli siamesi. Non ho mai fatto una presenza in A. Il motivo? Amavo la vita. Mi piaceva ballare, uscire con le ragazze, divertirmi. Mal sopportavo il regime da caserma che vigeva all’interno delle squadre e il sabato sera la trasgressione della discoteca era irresistibile».
SPALLETTI
Un self made man, Ventura, che ha iniziato a fare l’allenatore dai dilettanti: «La prima vittoria nel 1985 con l’Entella Chiavari in D. In squadra avevo un certo Luciano Spalletti. Un giocatore di quantità che aveva grandi colpi, ma anche lui come me amava vivere con spensieratezza. Ricordo che una volta, alla vigilia di una partita importante, l’ho beccato che dormiva in macchina di ritorno da qualche impresa extra calcistica. Ho fatto finta di nulla e lui mi ha ripagato con una grande prestazione. Con lui c’è stima e amicizia».
PISTOIA E PISA
La Toscana gli ha sempre regalato grandi soddisfazione: «Pistoia è stata una parte fondamentale del mio periodo di gavetta. Tre stagioni condite da una promozione e soprattutto sperimentando un nuovo modello di gioco. A Pisa conservo ancora tanti amici. Un ambiente straordinario che merita la serie A. Io ci sono stato 18 mesi: abbiamo sfiorato una promozione in A ai playoff solo perché s’infortunarono tre titolari (Castiglia, D’Anna e Cerci)».
IL PATENTINO
Il debutto in B a Venezia, ma senza patentino con “Peo” Maroso a fargli da tutor: «Tre anni prima avevo fatto il Supercorso di Coverciano. Eravamo a pranzo assieme ai colleghi quando spunta Italo Allodi: “Chi è Ventura?”. Mi alzo pensando a qualche problema nella prova scritta. E invece lui davanti a tutti mi fa i complimenti. Ma dieci giorni dopo arriva la risposta dalla Federazione: bocciato. Nel frattempo erano cambiati i parametri d’ammissione per prendere parte al corso di Prima categoria. Una tale amarezza che giurai di non presentarmi più. Poi Sogliano mi chiamò in Laguna e finii per cedere alle sue richieste e ripresentai la domanda passando brillantemente l’esame».
0’NEILL
Ventura ricorda il più forte calciatore mai allenato: l’uruguagio Fabian O’Neill, morto pochi giorni fa: «Nonostante le sue grandi potenzialità non ha ottenuto quando meritava. Un calciatore pazzesco tra tutti coloro che ho visto. Più forte di Rui Costa, Veron e dello stesso Zidane, ma meno pubblicizzato di loro».
LECCE, BARI E TORINO
Al Lecce l’impresa più bella, dalla C alla A in tre anni: «Quando mi chiamò il presidente Semeraro i salentini avevano sotto contratto un solo calciatore. Assieme al ds Mimmo Cataldo prendemmo 19 calciatori tutti giovani e provenienti dalle categorie minori». A Bari andai a sostituire Conte, a Torino ha battuto il record di presenze che apparteneva a Radice: «Sono stati anni fantastici: siamo tornati in A, dopo 20 anni abbiamo battuto la Juventus in un derby, abbiamo vinto a Bilbao».
LA NAZIONALE
Due partite perdute e ideale capro espiatorio di una Caporetto azzurra: «Nella mia gestione abbiamo perso con la Spagna e con la Svezia. Ma non mi sottraggo alle mie responsabilità. É stato facile e indolore scaricare su un capocantiere arrivato in azzurro a 68 anni e dopo tanta gavetta tutti i mali del calcio italiano. Per quattro anni ho convissuto con un grande dolore. Vero, ho allenato il Chievo (poco) e la Salernitana, ma non ero più lo stesso. Da Maestro di calcio, al Male del calcio. Quattro anni dopo, con l’eliminazione dell’Italia ad opera della Macedonia, la verità è venuta a galla. Una verità che era sotto gli occhi di tutti già in precedenza quando nel 2010 e nel 2014 la nazionale era stata eliminata al primo turno dei mondiali. Non è una sconfitta della squadra, ma un problema di sistema: stadi vecchi, soldi in bilancio che mancano, niente giovani, proliferazione degli stranieri con il conseguente impoverimento della formazione italiana. Appena insediato avevo presentato un programma legato alla ristrutturazione dei settori giovanili. É rimasto in un cassetto: nessuno lo ha mai letto».
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