La manifestazione
Chicco Evani, sessanta e lode
«Massa la mia culla, il Milan sarà casa per sempre: quanti trionfi Mancini era nel mio destino, in Nazionale sono arrivato per lui»
Professionalità, sacrificio, senso di appartenenza, capacità di stare al proprio posto e a debita distanza dai riflettori. Offuscato dai botti di San Silvestro anche nel giorno del suo sessantesimo compleanno vissuto in famiglia e con gli amici d’infanzia. Per Alberico “Chicco” Evani, la coincidenza tra la data di nascita e il giorno di Capodanno ha sovrapposto i due eventi finendo per ridurre il tutto in una sbicchierata con le persone care: «Anzi, più vado avanti con gli anni e più tendo a evitare la ricorrenza».
Un gregario vincente Evani: schivo, riservato, ma con un carattere solido come il marmo delle Apuane che rappresentano le sue radici e restano il suo buen retiro. Nelle 13 stagioni trascorse al Milan (393 presenze e 19 reti) ha vinto tutto quanto c’era da vincere: tre scudetti (1988-92-93), 2 Coppe dei Campioni (1989 e 1990), una coppa Intercontinentale (1989), due supercoppa Europee (1989 e 90), due supercoppa di Lega (1989 e 1992) e una Mitropa Cup. Uniche amarezze legate alla finale di Coppa del Mondo persa contro il Brasile nel 1994 nonostante il suo rigore realizzato e all’infortunio patito in allenamento, in uno scontro con il giovane Albertini, a tre giorni dalla sfida di Champions con lo Steaua Bucarest che gli impedì di disputare la prima finale nel 1989.
Il suo nome Alberico - con la C e non con la G come almanacchi e figurine Panini erroneamente indicavano – non ha niente in comune con la nobile famiglia Cinquecentesca del Duca di Massa e Signore di Carrara: «L’ho preso da mio nonno materno che andò a vivere nella zona di Marina di Massa. Se mi guardo indietro mi vedo bimbo mentre corro dietro a un pallone che resta ancora oggi il mio migliore amico. Ero testardo sin da piccino: il mio unico desiderio era quello di fare il calciatore».
IL PROVINO
Inizi con la Litoranea di Pietro Pacini che porta Evani nel settore giovanile della Massese. La svolta arriva nel 1977. Panico al provino. «All’epoca giocavo centravanti di manovra e l’altra punta era Sergio Battistini. Un’intesa perfetta la nostra. Con il tempo ci hanno spostato più indietro. In un torneo venne a vederci un osservatore del Milan che ci fissa un provino a metà luglio al centro sportivo di Linate. Arriviamo puntuali, ma non c’è anima viva. Troviamo solo il magazziniere che ci squadra dall’alto in basso e mosso a compassione telefona all’unico allenatore del vivaio disponibile che vive in zona idroscalo: Italo Galbiati, un’istituzione rossonera. Passa un quarto d’ora ed eccolo in tuta che inizia ad esaminarci. Palleggi, stop, destro e sinistro. Visti e presi. Un mese dopo, a 14 anni, siamo tesserati per il Milan. Per tanti di noi lui è stato un secondo padre: fondamentale per la crescita e l’educazione».
IO E MILANO
Dall’addio al calcio al debutto in serie A. La nostalgia è una brutta bestia e il clima di Milano non è quello della Toscana: «Sono stato sul punto di mollare. A 15 anni è venuto a mancare babbo Orlando, impresario edile. Devo ringraziare i miei fratelli e soprattutto mamma Floridia, che per tirare avanti aveva aperto una bottega dove si poteva trovare di tutto, se la depressione non ha preso il sopravvento. Di lì a poco ho vinto il mio primo campionato nella categoria Allievi.
IL MANCIO
Mancini nel destino. 11 ottobre 1981, stadio Dall’Ara di Bologna: «Mancano poche ore all’inizio della partita e mister Radice, mi prende da una parte e mi fa: «Oggi giochi tu». Avevo 18 anni e il cuore iniziò a battere a cento all’ora per l’emozione. Finì 0-0 e io feci la mia parte senza sbavature». In maglia rossoblù c’era un ragazzino, che aveva un anno in meno, ed era già etichettato come un fenomeno: Roberto Mancini. La vita fa strani giri e torna al punto di partenza. «Il Mancio per me è stato un segno del destino. Diventammo amici durante le convocazioni in azzurro e fu lui a convincermi a trasferirmi nella Samp nell’estate del 1993 e gli devo il mio attuale ruolo di vice allenatore della nazionale con tanto di debutto (10 novembre 2020) da commissario tecnico in pectore nell’amichevole contro l’Estonia quando Mancini venne fermato dal Covid. Ero già nei quadri federali e ricordo ancora la sua telefonata: “Chicco, avrei piacere che tu entrassi nel mio staff”. Un attestato di stima che non dimentico. Tra l’altro ho scoperto un Mancini allenatore completamente differente dal Mancini calciatore leader carismatico, decisionista e poco incline al compromesso. Vent’anni dopo l’ho trovato più controllato, riflessivo, pacato, coinvolgente e propenso ad ascoltare idee e suggerimenti dei suoi collaboratori».
QUEI TECNICI
Castagner, Liedholm, Sacchi. «L’ex tecnico del Perugia è stato un artigiano della panchina. Con lui ho vinto il mio primo campionato di B e per esigenze tattiche ho ricoperto il ruolo di terzino sinistro. Il Barone mi ha spostato nel ruolo naturale di esterno sinistro di centrocampo. Diceva che ero il sosia di Bruno Conti e non solo per i capelli a caschetto. Arrigo è stato più di un allenatore. E’ stato un visionario del calcio del nuovo millennio».
IL GOL
E’ rimasto epico il suo gol su punizione al Nacional Medellin del portiere colombiano Higuita nella finale di Coppa Intercontinentale a Tokyo del 1989 al 118’ «Ma forse il più bello è stato quello del dicembre 1989 a San Siro. Con la mia rete battemmo il Barcellona di Cruyff aggiudicandoci la Supercoppa». Il complimento più grande glielo fece l’amico Gullit: “L’asso del Milan stupito per la mia mancata convocazione in nazionale prese il telefono e finse di comporre un numero: “Tranquillo chiamo il nostro ct e ti faccio convocare con l’Olanda”. Due i calciatori che lo hanno sempre messo in difficoltà: «Gaudenzi del Pescara che poi indossò anche la maglia del Milan e Galia della Juventus. Avevano caratteristiche fisiche e atletiche a me poco congeniali e mi facevano sempre soffrire».
LE SCOPERTE
Allenatore per caso più che per convinzione: «Presi il patentino, ma non pensavo affatto di sfruttarlo. Poi andando a vedere una partita del torneo di Viareggio incontro Baresi, allora responsabile del settore giovanile rossonero, che mi chiese di provare ad allenare. Sono partito dagli Esordienti perché volevo imparare e anno dopo anno sono salito sino ad arrivare alla Primavera vincendo uno scudetto Allievi. Credo di essere stato un buon educatore: Paloschi, De Sciglio e Darmian sono alcune delle mie creature».
LO SCUDETTO E VIALLI
«Il Milan è casa mia: dal 1977 al 1993 ho indossato quei colori ed è logico che spero riescano a vincere lo scudetto e mettere la seconda stella. Ma se dovessi scegliere al primo posto metterei la conquista della salvezza della Sampdoria dove nei quattro anni di permanenza ho vinto una Coppa Italia e sono stato trattato benissimo. Ma c’è una persona che più di ogni altra oggi è in cima ai miei pensieri: Gianluca Vialli. Lui è stato importantissimo nella vittoria dell’Europeo con i suoi discorsi che coinvolgevano totalmente i giocatori. Con me ha sempre avuto un rapporto speciale ricordandomi del gol in nazionale contro Cipro realizzato grazie al mio assist. Il regalo di compleanno che vorrei ricevere è legato alla sua guarigione. Abbiamo voglia di riabbracciarlo nel clan azzurro che resta la sua casa».
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