La manifestazione
Da Messi a Messia: non sarà più l’eterno secondo di Maradona
La vittoria della Coppa del Mondo toglie definitivamente dalle spalle della Pulce lo scomodo ruolo di Delfino del Pibe de Oro
Adesso non sarà più l’eterno secondo di Maradona. Ora che anche lui come Diego ha alzato al cielo la Coppa del Mondo riportandola in Argentina dopo 36 lunghissimi anni sarà finalmente e a pieno titolo l’erede, il figlio, il delfino, il nuovo profeta di chi è considerato a ragione il Dio assoluto del pallone. Insomma, Messi come Maradona. Anche se su questa equazione del cuore si sprecheranno già a partire da oggi fiumi d’inchiostro che con ogni probabilità non serviranno a dirimere la questione. Un po’ come in passato è accaduto per l’eterno dilemma su chi è stato il migliore fra Pelè e Maradona. O, in tempi più recenti, sul primato calcistico combattuto a suon di palloni d’oro proprio fra Messi e Cristiano Ronaldo.
Chissà se quello appena concluso sarà davvero il suo ultimo mondiale come solennemente dichiarato alla vigilia della finale contro la Francia. O se il mondiale appena conquistato regalerà nuove energie al trentacinquenne Lionel regalandogli altre quattro stagioni da protagonista. Di certo, però, per la pulce di Rosario quello di ieri pomeriggio al Lusail Stadium era l’ultimo appuntamento con la Storia. E a quell’appuntamento Messi si è fatto trovare pronto. Anzi, prontissimo. Il primo gol dal dischetto che sembrava aver spalancato la strada all’Argentina, il ruolo da protagonista nell’innescare l’azione che ha portato al raddoppio di Di Maria, la rete del 3-2 nei supplementari che aveva nuovamente illuso il popolo albiceleste e infine il rigore realizzato nella “lotteria” finale che ha punito i galletti francesi: il numero dieci non solo ha riempito la sua personale, ricchissima bacheca con il trofeo che più di ogni altro gli mancava, ma ha firmato con una prova degna della sua fama l’atto conclusivo del mondiale più strano, più discusso ma anche più entusiasmante della storia recente.
Tutti i riflettori, ieri, erano puntati su di lui. Con il rischio che la pressione potesse giocare un altro brutto scherzo al “diez”, già accusato in passato di soffrire della sindrome del “braccino corto”, specie con la maglia bianca e azzurra della Seleccion. Ma stavolta no, cuore e nervi hanno retto fino in fondo. E, con una finale che ha regalato emozioni a non finire, si è andati ben oltre i tempi regolamentari. Eppure ad un certo punto nella sua mente devono essersi presentati a più riprese i fantasmi del passato. La rimonta francese dallo 0-2 al 2-2 firmata da Mbappé quando la gara sembrava ormai segnata, la rete transalpina del 3-3 arrivata ad un paio di giri di lancetta dalla fine dei supplementari, hanno fatto pensare ad un finale diverso e beffardo per colui che porta da anni sulla schiena il numero di Maradona ma che fino ad oggi non era ancora riuscito ad onorarlo come avrebbe voluto. Invece, almeno questa volta, è andata diversamente. E la sceneggiatura dell’incredibile film della finale non ha previsto la conclusione spiazzante e crudele che in tanti a quel punto si sarebbero aspettati.
La pulce torna dunque sul tetto del mondo e Messi si trasforma in Messia. E ci trascina una nazione intera che da troppo tempo nel calcio era rimasta l’eterna incompiuta. Un’Argentina – questo il rimprovero più frequente – incapace di vincere proprio nonostante Messi. Una maledizione. Un sortilegio. Un tormento. Che nel pazzo pomeriggio qatariota di ieri si è finalmente spezzato, frantumato, smaterializzato. Trasformando l’ombra di Maradona non più in un incubo ricorrente ma in un dolce, dolcissimo paragone. Se poi nel cuore dei tifosi argentini – ma più in generale di chi a qualsiasi latitudine ama il calcio – Leo sarà davvero come o più di Diego lo dirà solo la storia del calcio. A partire da ieri, però, quell’accostamento al Dio del calcio non sarà più considerato un affronto.
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