Gioco
Sinisa, hai solo chiuso gli occhi: resta l’eredità del tuo coraggio
Mihajlovic sconfitto dalla leucemia a 53 anni, piange il calcio
Di certe storie bisognerebbe solo cambiare il finale, ma non ne abbiamo facoltà. Come certi film, come lo straziante “Love Story” che finisce più o meno uguale, e che più o meno ha gli stessi anni, 53, di Sinisa Mihajlovic, spentosi in una clinica romana senza possibilità alcuna di scampare alla sceneggiatura scritta per lui.
Gli ultimi tre anni di Sinisa sono stati addirittura una storia tragicamente bella, commovente, calda, piena di passione, di sentimento, di forza e unione, di amici e tifosi che lo invocano, di suoi calciatori che vanno a cantare sotto la finestra d’ospedale, di video registrati per il suo Bologna, di gente comune che gli ripete continuamente: «Dai, che ce la fai».
La malattia diventa addirittura un look, Sinisa con quel basco colorato sempre sulla testa, la barba leggermente lunga, il sorriso ampio, è addirittura un gran figo. Appare perfino sul palco di Sanremo accanto al suo amico Ibrahimovic: «Tu sei un grande, ma io ho vinto la Coppa Campioni».
Mihajlovic sembra un attore di successo. Il problema è quello che ha dentro e il finale disperato.
La cura e il dolore non sono un problema, perché Sinisa è un leone - in vent’anni da calciatore si è ritagliato il ruolo di “guerriero” e il soprannome che gli hanno dato è “il Sergente” - combatte da solo per almeno cento ammalati come lui di leucemia mieloide.
È un testimonial della medicina, della scienza, della ricerca, Bologna e le sue strutture sanitarie d’eccellenza giocano tutta in difesa della vita del loro allenatore.
Mihajlovic è uno tosto, un grande centrocampista-difensore che ha fatto della forza, della potenza e del carattere la sua bandiera. Serbo di Borovo, nato all’ospedale di Vukovar, viene dall’esperienza atroce della guerra in Yugoslavia e racconta di famiglie spaccate in due, di parenti che si ritrovano su fronti opposti e che si sparano e cercano di ammazzarsi. Un suo cugino si fermò solo all’ultimo istante dal buttargli una bomba in casa perché in quel momento c’era un fratello, ma alla fine la casa della sua famiglia gliela fecero comunque saltare.
Già vincitore della Coppa Campioni con la Stella Rossa di Belgrado nel 1993 arrivò in Italia a fare show di tutta la sua esuberanza di atleta forte e vincente, con le maglie di Roma, Sampdoria, Lazio e Inter.
Altri scudetti, avventure e soprattutto le sue micidiali punizioni a bomba, fortissime, di sinistro: si disse che il pallone raggiungeva i 160 chilometri l’ora, ma forse è soltanto una leggenda.
Su punizione segnò tanti gol quanti Andrea Pirlo (ventotto, recordman di ogni tempo), ma con molte meno partite giocate in Serie A. Rincorsa breve, decideva dove tirare solo all’ultimo passo. In un Lazio-Samp 5-2 del 13 dicembre 1998 ne fece tre di gol su punizione: record assoluto, anche questo.
Dal Bologna alla Sampdoria, dal Milan al Torino ha allenato con alterna fortuna, ma sempre da protagonista: se da calciatore potevi trovarlo a ballare in uno studio della Rai (alla trasmissione “Libero” con Teo Mammuccari), da allenatore si era inventato le citazioni dei grandi uomini, tipo Kennedy. «Ai calciatori dirò: non chiedete cosa può fare la Samp per voi, ma cosa potete fare voi per la Samp».
Era diventato italiano non soltanto per passaporto, ma per mentalità, molto romano per scelta, a Roma ha collocato la sua grande e amatissima famiglia.
La moglie Arianna («l’unica persona che conosco che ha più palle di me») è diventata parte del personaggio a sua volta, i sei figli altrettanto, e particolarmente Viktorija e Virginia finite presto in televisione anche loro. Con la Lazio di Eriksson e Mancini si stabilì un legame fortissimo.
Mancini se lo portò come vice all’Inter e il ct è stato uno dei primi a correre a salutarlo nella clinica romana dove si è spento.
È sempre stato un leader, un grande calciatore ma anche personaggio estroverso e molto controverso, spesso deplorevole - sputò a Mutu, diede ripetutamente dello “sporco negro” a Vieira, fece esporre, lui serbo, uno striscione che omaggiava la Tigre Arkan, criminale di guerra - però sarebbe anche ingiusto marchiarlo per questo che è stato solo un aspetto della sua vita.
L’uscita dal campo è stata tragica ma anche da applausi al campione, che ha fatto di se un esempio positivo di cocciuta perseveranza nella lotta contro il cancro. Sinisa è morto senza mai arrendersi.
Il popolare profilo satirico “Vujadin Boskov” su Twitter ha scritto: «Se stasera voi sente grande botto in cielo, non è tuono ma #Mihajlovic che insegna a tirare punizioni».
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