Italia
Mondiali, Antognoni scrive il finale
«Se Messi è questo l’Argentina domani alzerà la Coppa del Mondo. Francia all’italiana, si difende e riparte. Il mio 1982? Che rimpianto»
Silenzio, parla “l’uomo che giocava guardando le stelle”, perché era elegante nelle movenze e nella corsa a testa alta: un Nureyev prestato al calcio. Giancarlo Antognoni, il “dieci” che ha trascorso la vita immerso in due colori: il viola e l’azzurro.
«È vero, ho vinto poco, però l’amore di Firenze per me vale più di cento scudetti».
Giancarlo, domani si gioca Francia-Argentina. Una finale che a lei, purtroppo, manca. ..
«Proprio così. E ci penso anche spesso, perché nell’82 disputai un ottimo campionato del mondo ma m’infortunai in semifinale contro la Polonia. Ero arrabbiato perché l’arbitro Klein mi aveva annullato una rete valida contro il Brasile, così la partita successiva contro la Polonia forzai un’azione ed ebbi la peggio nel contrasto con Matisik».
Botta terribile al collo del piede...
«Esatto, impossibile guarire in poco tempo: provai ma non potevo calciare. Con Bearzot fui onesto: sarei stato un peso».
E pensare che rischiò di non andarci neppure al Mondiale...
«Il 22 novembre 1981, al Franchi, ginocchiata alla testa del portiere genoano Martina. Me la vidi brutta, il compianto prof Mennonna fu bravissimo, gli devo molto. Poi dovetti stare fermo quattro mesi e il sogno del mondiale sembrava sfumato. Però il ct Enzo Bearzot fu fondamentale».
In che senso?
«Mi telefonò più volte in ospedale, fu eccezionale. Disse che mi voleva in Spagna».
Torniamo alla finale di domani.
«Sono sincero, la Francia contro il Marocco ai miei occhi è uscita un po’ ridimensionata. Se l’Argentina si potrà avvalere di un Messi come quello contro la Croazia penso che la Coppa se la portano a casa gli argentini».
Cosa pensa del paragone che viene fatto in questi giorni tra Messi e Maradona?
«Io sono sempre contrario a paragonare campioni di epoche diverse. Maradona penso avesse qualcosa in più, di Messi ammiro la professionalità: poi di cosa è capace lo vediamo».
Argentina: chi l’ha colpita di più?
«De Paul, un mediano inesauribile, Fernandez, Molina, Otamendi e in attacco Alvarez».
Tosta anche la Francia...
«Ho negli occhi la partita fantastica di Griezmann contro il Marocco, con Deschamps che gli ha trovato un ruolo più centrale per l’assenza di Rabiot. Autentici campioni anche Dembélè, Hernandez e Giroud».
Dimentica Mbappé?
«No, lui è la stella, il numero uno in assoluto. Se trova la giornata fa la differenza».
Similitudini tra Francia e Argentina?
«Giocano all’italiana. Rischiano poco, sono pronte nelle ripartenze...».
Rivelazione?
«Marocco».
Delusione?
«Brasile, lo vedevo in finale. Ma se non impara a diventare più cinico e a limitare il senso di megalomania....».
Nazionale, Mancini, futuro.
«Mancini è il tecnico ideale, da qui al 2026 potrà plasmare una Nazionale all’altezza. Del resto anche la nostra Nazionale dell’82 nacque nel 1978 in Argentina. A quei tempi blocco Juve e poi i più bravi. Ora è tutto più difficile con tutti questi stranieri».
In Nazionale, 73 presenze e tante soddisfazioni: ma un record le sta a cuore...
«È vero: sono il numero 10 con più presenze azzurre».
Cosa prevede quando riprenderà il campionato italiano...
«Per tante squadre non sarà facile riannodare i fili del discorso: il Napoli avrà meno problemi delle altre perché aveva pochi nazionali».
A Marsciano suo padre aveva un bar che ospitava un Milan Club. Ha sempre avuto una simpatia per i rossoneri...
«Vero. All’inizio di carriera mi paragonavano anche a Rivera, solite esagerazioni. Guardo con simpatia al Milan anche perché lo allena Stefano Pioli, vecchio compagno».
Ha avuto tantissimi allenatori: Liedholm, Radice, Rocco, Chiappella, Mazzone, De Sisti, Agroppi. Un po’ più in alto chi metti?
«Niels Liedholm perché è quello che mi fece debuttare. Avevo 18 anni, il 15 ottobre del 1972 mi lanciò a Verona, vincemmo 2-1. La Fiorentina mi aveva acquistato dall’Astimacobi per 435 milioni, la mia vita cambiò. E io non ho mai voluto cambiare città. Non ho mai tradito, anche se Juve e Roma facevano pressing».
Già, meglio l’amore di una città che cento scudetti.
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