Il Tirreno

Sport

L’intervista

Mazzola si può solo nascere: un monumento del nostro calcio compie 80 anni

di Luca Tronchetti
Mazzola si può solo nascere: un monumento del nostro calcio compie 80 anni

I ricordi e i bilanci del baffo: «Papà Valentino, il Mago e i 13 milioni di Moratti. Mi voleva la Juve, mamma disse: se ci vai papà si rivolta nella tomba»

6 MINUTI DI LETTURA





Tutti in piedi per uno dei calciatori italiani più forti di ogni epoca, capace di vincere in 16 anni quattro scudetti, due coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali, conquistando sia il titolo di capocannoniere in serie A che quello di bomber europeo. Con indosso sempre la stessa casacca nerazzurra. Perché Alessandro “Sandro” Mazzola sarà per sempre il simbolo della Grande Inter, quella della formazione recitata da bambini e adulti come una preghiera laica. Oggi che taglia il traguardo degli 80 anni le manifestazioni d’affetto da parte del popolo della Beneamata inonderanno la rete e i social con messaggi d’amore per il popolare “Baffo”. «Festeggeremo domenica – risponde al telefono dalla sua casa in Brianza – la mia grande tribù (moglie, quattro figli e sette nipoti) come al solito mi stupirà con inattese sorprese».

MONUMENTO VIVENTE

Un monumento vivente Mazzola: 565 partite e 158 gol con la sua Inter, 70 presenze e 22 reti in maglia azzurra, la vittoria con l’Italia all’Europeo 1968 e la partecipazione a tre mondiali (1966-70-74) con l’amarezza del secondo posto in Messico alle spalle del Brasile stellare. «Il mio cruccio più grande? Non aver vinto il pallone d’oro. Era il 1971: un paio di giornalisti amici mi chiamarono per dirmi di preparami a ricevere il trofeo come miglior calciatore europeo. Invece ad alzare il prestigioso cimelio Fu Johan Cruyff. Anni dopo mi dissero che ci furono manovre di palazzo e interessi pubblicitari».

MASCOTTE E VALENTINO

Dalla mascotte del Grande Torino _ con il piccolo stipetto con maglietta, pantaloncini e scarpini nello spogliatoio del Filadelfia accanto a quello di papà Valentino – _ Sandrino si ritrova nell’oratorio della basilica di S. Lorenzo Maggiore alternando il calcio con la pallacanestro con don Giordano, prete del quartiere, che se i ragazzi non andavano a messa non mollava le chiavi del campetto. “Mazzolino” in quel frangente giocava anche a basket con la squadra della parrocchia: «Ero bravino e facevo tanti punti. Mi cercavano squadre importanti come l’Olimpia Milano. Ma io sognavo quasi tutte le notti di palleggiare con babbo Valentino, che da lassù ha guidato la mia carriera. Di una cosa sono certo: lui era più forte e completo di me».

MALEDETTI TOSCANI

Se Mazzola è diventato un’icona dell’Inter lo deve in buona parte a un attaccante azzurro e nerazzurro: Benito Lorenzi: «Veleno era un toscanaccio impenitente. Polemico e rissoso in campo, altruista e generoso fuori. Era sempre convocato in nazionale, ma non giocava mai perché il ct Pozzo schierava l’undici del Toro. Un giorno mio padre parlò con Pozzo e lo supplicò di far giocare una partita al giovane Lorenzi. E il tecnico-alpino esaudì quel desideri». Da allora per lui, Valentino Mazzola divenne un personaggio da venerare: «Una riconoscenza vera: dopo lo schianto dell’aereo con la morte di tutti i protagonisti di quella squadra immortale, Veleno fu l’unico a non dimenticarsi di me e di mio fratello Ferruccio. Fu lui a portarci all’Inter». La Toscana non è solo il vecchio campione: «La Versilia per decenni ha rappresentato per me e la mia famiglia un approdo sicuro e un luogo incantevole per trascorrere un periodo di relax con gente simpatica».

HH E MOU

Se Peppino Meazza nelle giovanili nerazzurre gli insegna la tecnica individuale e il modo di calciare indifferentemente sia di destro che di sinistro, Helenio Herrera è stato l’allenatore ideale. «Il Mago mi ha spostato più avanti: centravanti o seconda punta, ma partendo sempre da dietro. Non ho mai conosciuto uno come lui capace di farti tirare fuori il 110%. Arrivavi a odiarlo, ma alla domenica capivi che aveva ragione perché sul piano atletico gli avversari erano costretti a rincorrerti. Mou è fatto della stessa pasta: capace di attirare tutte le critiche usando una forte dialettica con la stampa in modo da liberare dalle pressioni i suoi giocatori da cui pretende assoluta obbedienza e totale abnegazione». A Herrera deve la sua trasformazione da centrocampista ad attaccante e il suo primo importante ingaggio: «Nel 1962, alla prima di campionato, pensavo che Herrera mi avrebbe assegnato la maglia numero 8 e invece si avvicina e mi consegna la 9. “No te preoccupe, zochi sentravanti: va in campo e fai quello che te pare se el più forte”. Guadagnavo 40mila lire al mese nella Primavera, ma dopo le prime partite da titolare mi chiamò il presidente Moratti per il contratto: “Le vanno bene 13 milioni?” Manca poco svengo. Tuttavia capii di essere diventato calciatore il 27 maggio 1964 sul Prater di Vienna quando battemmo il Real Madrid conquistando la Coppa dei Campioni e io segnai una doppietta. Ma il ricordo più bello non è il trionfo, ma le parole pronunciate da Alfredo Di Stefano prima della sfida. «Vai in campo e onora la memoria di tuo padre», mi disse. E Puskas aggiunse che ero «il degno erede del grande Valentino».

PELÈ E GLI ALTRI

«O’ Rey è stato il più grande di tutti. Vedendolo giocare in tv ogni volta mi stupiva inventando traiettorie impensabili. Maradona era un genio del pallone è una persona dal cuore grande. Ronaldo è stato l’acquisto più importante della mia carriera dirigenziale. Un vero fenomeno: era esplosivo e immarcabile quando partiva in accelerazione con la palla attaccata al piede. In 60 anni di calcio non ho mai visto nessuno come lui».

LA STAFFETTA

«All’epoca interisti e milanisti non uscivano a cena come accade oggi e la rivalità con Rivera faceva discutere i tifosi e vendere i giornali. In realtà con Gianni i rapporti sono sempre stati buoni. Certo, la nostra storia in azzurro legata alla staffetta mi fece arrabbiare di brutto e al ct Valcareggi non le mandai a dire in più di una circostanza. Altrove quando hanno in squadra due campioni trovano il modo di farli convivere».

LA JUVENTUS

A metà anni 70, Mazzola in scadenza di contratto rischia di lasciare la Beneamata. Lo vuole la Juventus di Boniperti: «Giampiero era stato un grande amico di mio padre. Avevo più di trent’anni e mi offrirono tanti soldi. Mi presi qualche giorno di tempo, ma a casa non ero più io: parlavo poco e non mangiavo. A mamma Elvira confidai dell’offerta bianconera. Secca la sua risposta: “Se vai da quelli lì, tuo padre si rivolta nella tomba”.

BERSELLINI E SIMONI

Da dirigente scelse come allenatori Eugenio Bersellini e Gigi Simoni, due tecnici che si rivelarono vincenti: «Bersellini aveva idee innovative e allenava la Samp. Lo contattati a marzo e ci mettemmo subito d’accordo. Solo che a fine stagione i blucerchiati retrocessero. Lui mi chiamò disponibile a recedere dal precontratto, ci misi la faccia e alla fine con lui vincemmo uno scudetto e due Coppa Italia. Gigi invece era uno che sapeva di calcio, che ti raccontava la sua storia della partita e che le sapeva analizzare alla perfezione. Moratti voleva prendere un allenatore internazionale, ma riuscì a convincerlo: “Presidente, Simoni è uno come noi, educato, mai una parola in più, sincero. E ci sa fare”. E non ci deluse».

IL NUOVO MAZZOLA

«Nel 1971 ho vinto lo scudetto della prima stella e adesso aspetto con ansia quello della seconda. Dell’Inter di oggi mi piace Barella, ma non vedo un calciatore con le mie caratteristiche. Per trovare un altro Mazzola bisognerà attendere il mio ultimo nipote che ha 12 anni e promette molto bene. Il suo nome? Valentino».  l

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web