Sicurezza
I 75 anni di Bigon, centravanti vincente e allenatore che fece impazzire Napoli
Con il Milan di Liedholm vinse lo scudetto della Stella: «Un grande uomo, a lui devo moltissimo». Gli inizi nel Padova, gli apprezzamenti “ruvidi” di Rocco, e il cruccio dell’esclusione dalla Nazionale
L’uomo della stella rossonera oggi compie 75 anni. Ma da vero patriarca ha imposto il posticipo dei festeggiamenti a domenica 6 novembre causa assenza del figlio maggiore, Davide, nato esattamente 53 anni dopo il 31 ottobre 1947. Una grande torta di compleanno con le candeline da soffiare assieme alla sua tribù nella casa immersa nel verde di Luvigliano sui Colli Euganei accanto alla splendida villa rinascimentale dei Vescovi: la moglie Valeria, i tre figli Davide, Riccardo (da 15 anni direttore sportivo in serie A a Napoli e Bologna), Ramani (la bimba indiana adottata quando aveva sette anni) e gli otto nipoti. Perché classe, personalità e professionalità non sono mai venute meno in Alberto “Bibi” Bigon, il primo “falso nueve” del calcio moderno o come lui ama definirsi il primo “giocatore universale”, è stato un vincente in campo con lo scudetto della stella del Milan (1978-79), una Coppa delle Coppe, tre Coppe Italia, nove stagioni e 329 partite ufficiali con 90 gol, e un vincente in panchina con l’ultimo tricolore e la Supercoppa italiana al Napoli 32 anni fa, l’accoppiata scudetto-coppa nel 1997 con il Sion in Svizzera e tre anni dopo la vittoria all’Olympiakos Atene cancellata dagli almanacchi per un assurdo esonero con annessa causa in tribunale. E nella sua duplice veste di giocatore e allenatore ha avuto la fortuna di stare accanto alle stelle più luminose del calcio: Rivera, Baggio, Maradona. Il suo cuore batte forte per il Milan, che quest’anno ha l’occasione di mettere la seconda stella 44 anni dopo la prima caratterizzata dai suoi gol. Ma il legame con Napoli e la sua squadra non è mai venuto meno e allo storico secondo scudetto del 1990, che porta la sua firma, a fine stagione potrebbe aggiungersi un’altra impresa tricolore: «Per carità, non nomini quella parola: porta malissimo per chi bazzica gli spogliatoi. Mi limito a registrare che gli azzurri giocano un calcio spumeggiante con elementi che toccano la palla in modo straordinario».
LA ZIA RELIGIOSA
All’anagrafe lui è Albertino Bigon, nome imposto per un capriccio di una bizzarra zia suora. «Ero troppo piccolo, non potei reagire». replica divertito. Il calcio entra in casa sua sia dalla più tenera età: «Colpa di mio babbo Olindo prigioniero di guerra in Africa dove organizzava interminabili partite contro le truppe anglosassoni». Dai campi vicino casa, all’oratorio sino alle giovanili del Padova: «A 13 anni mi presentai da solo, con i miei scarpini, a una leva giovanile dove selezionavano i migliori ragazzi della provincia». A 17 anni l’esordio in B e la conquista nella stagione 1965-66 del primo trofeo in carriera: il campionato Primavera: «Ci allenava Mariano Tansini, un vero lord del pallone. All’epoca volevo diventare medico. Ma a casa c’era bisogno e di fronte alla proposta di un robusto contratto scelsi la maglietta biancoscudata».
I TRE MAESTRI
Rocco, Maestrelli, Liedholm. Bonomia, umanità e serenità. Doti fondamentali, assieme alle capacità tecniche, per condurre un gruppo. Bigon ha avuto la fortuna di avere come guida queste tra grandi maestri di vita e di sport. Il primo impatto con il Paron a 14 anni: «All’Appiani, dove giocava il Padova, prima della battaglia domenicale andava in scena lo Zecchino d’oro. Due squadre di innocenti pulcini, una in maglia bianca e una con la casacca rossa, sgambettavano per riempire l’attesa del pubblico. Io giocavo con il 9. Entra nello spogliatoio Rocco che in dialetto triestino urla: “Dove che i xe quei cagainbraghe del nove, del diese e dell’undese?”. Io e gli altri due ci facciamo avanti e quell’Omone ci molla un’affettuosa “piada” nel didietro: “Cussì imparé a far tuti ‘sti gol”. Era il suo modo per farci capire che ci teneva in considerazione, ma non dovevamo montarci la testa». Struggente il ricordo di Tommaso Maestrelli: «Per me è stato un secondo padre. Ero reduce da una doppia retrocessione con la Spal e nelle mie stagioni a Foggia mi ha aiutato a diventare uomo». Liedholm, l’allenatore della maturità: «Mi ha insegnato la calma olimpica, la serenità nell’affrontare le situazioni, la capacità di non perdere mai le staffe e a restare distaccato. Un grande innovatore. Con lui ho vinto lo scudetto della stella da centravanti di manovra».
BIGON E L’AZZURRO
Due partite in nazionale B, ma nessun rimpianto: «Non ero il prototipo del centrattacco di quegli anni dove furoreggiavano Anastasi, Boninsegna, Chinaglia e Savoldi. Ma vorrei ricordare, che nelle stagioni 1971-72 e 1973 se togliete i gol dal dischetto degli altri scoprirete che quei capocannonieri hanno segnato quanto o meno del sottoscritto che non calciava i rigori».
L’INCUBO
«20 maggio 1973, Verona-Milan 5-3. Una manovra di palazzo ci negò la possibilità di posticipare l’ultima di campionato dopo che quattro giorni prima avevamo giocato e vinto in Coppa contro il Leeds. Tre secondi posti in altrettante stagioni di fila con due discutibili arbitraggi di Lo Bello, che un anno ignorò una presa da rugby su di me dallo juventino Morini salvo poi fare ammenda alla moviola Rai».
I PIU’ GRANDI
«Con Rivera c’era feeling, ci si capiva al volo. Intelligente in campo e fuori. L’unico calciatore al mondo che ho conosciuto capace di guardare a sinistra e poi effettuare di prima un lancio di trenta-quaranta metri a destra e viceversa. L’ho visto fare anche a Totti, ma non con la frequenza e la precisione del Golden Boy». Baggio lo ha visto crescere: «Ero capitano del Vicenza in C. Mi chiama in sede il ds Giancarlo Salvi e mi dice che dal giorno successivo si sarebbe allenato con la prima squadra un ragazzino di 15-16 anni. Mi arrabbio di brutto e replico: “Ma mandateli a scuola i ragazzi che li rovinate”. Così vado nello spogliatoio e lo trovo a palleggiare. Da come accarezzava la palla anche un cieco avrebbe capito che si trattava di un talento unico. Tornai dai dirigenti e sentenziai: “Guai a voi se lo rimandate a scuola». Per Maradona è stato una sorta di fratello maggiore: «Nell’anno del tricolore non mi ha mai creato problemi. Quando veniva ad allenarsi era eccezionale. Il problema era quando non veniva perché, specie il secondo anno la sua gestione fu complicata per i noti problemi di Diego. Diciamo che era il valore aggiunto di una squadra funzionale al suo genio. Lui indossava la fascia, ma il vero capitano era Ferrara che rappresentava l’anima napoletana. Quel gruppo era fantastico».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
