«Non nascerà un altro Viola», l'amico Pizzul racconta pregi e curiosità
A 40anni dalla morte del giornalista un racconto inedito dall’ex telecronista della Rai: «Era geniale, squattrinato ma generoso. E quella zingarata che poteva costarci il posto»
Mai invecchiato (causa decesso precoce il 17 ottobre a 42 anni, avrebbe detto lui), capace di dare un colpo di spugna alla retorica breriana usando ironia e disincanto. Sino alle 22 professionista rigoroso tanto da rimandare indietro i regali di Natale e multare i suoi allievi con tanto di tariffario appeso alla parete dalle 5mila alle 20mila lire a seconda che nei pezzi venissero usate frasi fatte. E dopo le 22 a Olivetti (la macchina da scrivere che usava per i suoi formidabili pezzi) chiusa si trasformava e tirava tardi nei locali: al Giambellino, giocando a carte o a biliardo nel quartiere milanese, o al Derby dove scriveva canzoni etesti da cabaret con gli amici Jannacci, Cochi e Renato, Abatantuono e Teo Teocoli e Massimo Boldi. Ma anche sceneggiatore di film come “Romanzo Popolare” di Monicelli o “Cattivi Pensieri” di Tognazzi.
Una vita vissuta a 100 all’ora: al mattino la colazione al bar Gattullo a Porta Lodovica dove aveva creato l’Ufficio Facce, dove osservava i clienti occasionali e indovinava con i pochi amici fidati (e vincendo regolarmente) se fossero milanisti, interisti o juventini, e nei giorni liberi i pomeriggi trascorsi all’Ippodromo a scommettere per la dritta su “un cavallo sicuro” per poi perdere regolarmente un mezzo stipendio. La Rai per lui fu orgoglio e castigo. Lui giornalista da marciapiede non era incline al potere per poter far carriera tanto che un giorno un direttore gli tolse la mazzetta dei giornali. Odiava i “lecchini” e ai colleghi più vicini diceva sorridendo con quegli “oeucc de bun” (per citare una nota canzone di Jannacci): «Tengo duro per battere il mio record mondiale di mancate promozioni». Un genio incompreso esaltato e celebrato a esequie avvenute.
Fulminanti le sue battute
1962, esame per diventare giornalista professionista. In commissione c’è il mito Enzo Biagi che pensa di metterlo in difficoltà: «A suo giudizio Amintore Fanfani all’interno della Dc si colloca a destra o a sinistra?». Viola lo guarda e replica secco: «Dipende dai giorni». Promosso. Oppure durante una telecronaca del suo Milan che attacca la porta avversaria se ne esce fuori con l’irriverente freddura “Calloni sventa la minaccia” che fece sorridere anche la punta rossonera. O ancora, in occasione dei Mondiale 1982 quando Beccalossi venne escluso dai ventidue, ecco che salta fuori nell’incipit dell’intervista al fantasista nerazzurro un “Sono Evaristo scusate se insisto” che resta scolpito nella memoria collettiva .
Il ricordo
Tra i veri grandi amici di Beppe Viola c’è una voce popolare e familiare ai telespettatori Rai: Bruno Pizzul. Contattato al telefono dal suo buen ritiro di Cormons quando parli di “Peppiniello” si alza dritto in piedi come un militare di Cecco Beppe: «Dopo la mia breve carriera calcistica terminata in A al Catania poco più che ventenne (di lui si narra che fosse bravo con i piedi, ma lento come una lumaca) mi posi come obiettivo l’ingresso a Corso Sempione in Rai. Dopo un corso per telecronisti mi prendono e mi ritrovo nella stanza con Adone Carapezzi e Beppe Viola ribattezzata “l’ufficio dei cavallari”. E scopro che la strana coppia ha una passione viscerale per le carte. Quante fantastiche guerre a scopa d’assi con il coinvolgimento di Carlo Sassi (ribattezzato il ragionier Moviola), Nino De Luca e quel toscanaccio del versiliese Ivo Fineschi, lo storico abusivo che non venne mai assunto. Più tardi alla comitiva si aggiunsero Pantera Danova e Giacinto Magno Facchetti. Per me Viola non era un collega, era un fratello». Talmente diversi da essere complementari: «Con lui, che aveva avuto la fortuna di inserirsi dallo studio Rai perché era saltato l’audio di Nicolò Carosio per la finale di Coppa Campioni Milan-Benfica (1962) commentando il gol di Altafini e della vittoria rossonera (2-1), ho rischiato di bucare la mia prima telecronaca: spareggio di Coppa Italia a Como tra Juventus e Bologna. Ero appena stato assunto. Beppe mi dice: “Prima andiamo a pranzo e poi è un salto arrivare a Como”. Una delle sue zingarate. Il guaio è che trovammo coda in tangenziale e arrivammo in ritardo. Ci salvò la differita. I telespettatori non se ne accorsero i dirigenti Rai sì».
Il terrore di Tito Stagno
Se l’intervista a Rivera sul tram numero 15 (datata 1979), con passeggeri veri che ascoltavano in silenzio, è il manifesto della sua pungente genialità innovativa, la storia dello scialbo Inter-Milan definito «autentico e noiosissimo derbycidio» rischia di provocare un incidente diplomatico nella sede Rai di Milano: «Beppe anziché mostrare le immagini di quel deludente 0-0 tirò fuori spezzoni di derby in bianco e nero dell’anno precedente, molto più combattuto. Tito Stagno, allora direttore della Domenica Sportiva, non la prese bene. A quella visione ebbe un mezzo mancamento tanto da pretendere da quel giorno di visionare i servizi prima che fossero mandati in onda».
Generosità
«Tra le tante doti di Beppe posso aggiungere una: la generosità. Con quattro figlie (Marina, che ha pubblicato un libro sul padre, Renata, che si occupa di teatro, Anna che lavora nel sociale e si occupa degli ultimi come sarebbe piaciuto al babbo e Serena impiegata alla Cineteca italiana di Bologna) e una moglie casalinga, Franca (scomparsa lo scorso gennaio) detta con una punta di cinica ironia Cianci (da Cianciulli, quella che scioglieva le vittime nella soda caustica), e con il nervo scoperto dei cavalli e delle carte era quasi sempre in bolletta. Ma nonostante i problemi economici era sempre disposto a dare le ultime mille lire a uno che stava peggio».
Germania, mondiali 1974
«Un giorno di libertà prendiamo il treno e andiamo in una città universitaria vicino Monaco dove gli studenti si esibiscono in concerti, spettacoli teatrali e balletti. Lui, come un bambino sulle giostre, distribuisce marchi a volontà. Quando torniamo in stazione per riprendere il treno e tornarsene in albergo mi fa: “Bruno, i biglietti falli tu non ho più un soldo”. Ricordo con nostalgia le volte che mi convinceva ad andare in direzione con lui per chiedere generosi anticipi per le trasferte anche quando si trattava solo di andare a Milanello: “Se andiamo insieme quelli sganciano”. Era coinvolgente, libero, integro e a tratti malinconico. Con quella etica e quella capacità di non sapersi prendere sul serio non ho trovato più nessuno. Ma lui era molto di più di un semplice giornalista sportivo».
L’ultimo servizio
17 ottobre 1982. San Siro, Inter-Napoli 2-2. Nove giorni dopo Beppe Viola avrebbe compiuto 43 anni. Nell’intervista al tecnico dei campani Massimo Giacomini, che con i suoi abiti scuri si era creato la fama di allenatore-menagramo, aveva esordito con una delle sue domande dissacranti visto il doppio vantaggio nerazzurro: «Il migliore in campo è stato San Gennaro?». Pizzul quella sera è a Cormons assieme all’amico e ct campione del mondo Enzo Bearzot: «Fu un colpo tremendo anche per il Vecio che apprezzava l’arguzia e l’ironia dei Beppe uno dei pochi a non attaccare ferocemente il commissario tecnico per poi salire sul carro dei vincitori. Non era il suo stile, non pugnalava alle spalle gli interlocutori in difficoltà. Domani (stasera, ndr) al teatro Parenti di Milano amici e artisti lo ricorderanno con uno spettacolo a scopo benefico. Io sarò tra Quelli che… non potranno essere presenti. Ma il mio cuore sarà lì perché Beppe è stato e sarà sempre un giornalista libero tra la gente e per la gente». l
Luca Tronchetti
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