Sicurezza
Poveri ma Melli: Italia nella storia
Clamoroso a Berlino: battiamo la Serbia dei mostri con un finale quasi surreale. Nicolò indica la via, Spissu scrive 22, poi la difesa su Jokic. Ora troviamo la Francia
Si può battere la perfezione, si può andare oltre l’assoluto. L’Italia del basket scrive un’altra pagina da tramandare ai posteri, un’impresa che entra nel libro d’oro del nostro sport, e non parliamo solo dei canestri. Non abbiamo solo avuto il coraggio di guardare il Moloch serbo dritto negli occhi, ma lo abbiamo accerchiato, stancato, e alla fine toreato: come a Belgrado tre anni fa, la fionda di Golia ha accecato i più bravi, i più forti, i più grossi. Poveri ma Melli, verrebbe da dire, perchè ci siamo aggrappati all’immensità del reggiano, autore di una prestazione surreale, perfetta in difesa contro Jokic, stella di Denver, e impeccabile in attacco. Abbiamo trovato una pepita d’oro sulla panchina del Poz, Marco Spissu: 22 punti per il tamburino sardo, una tripla tira l’altra, un momento di estasi assoluta, di strapotere mentale che ha girato la partita come un calzino, in quel quarto finale da 28-18 quasi da non credere.
A volte, questo fa lo sport: punisce la presunzione dei forti, esalta il coraggio, la voglia, l’incoscienza di chi sa di dover risalire la corrente ma non per questo vi rinuncia. I serbi, dodici fenomeni dalla mano fatata, dalla tecnica perfetta, strapotenti dal punto di vista fisico, si sono illusi che bastasse qualche sgasata per sbarazzarsi di Azzurra. Non hanno fatto caso ai dettagli, che poi fanno tutta la differenza del mondo: ai tecnici a Pozzecco che altro non hanno fatto che motivare gli azzurri, alle piccole cose in difesa di Pajola e Biligha, alla concretezza di Datome, alle gambe di Tonut., ai mattoncini di Ricci. Hanno fatto l’errore, loro, di non considerare Simone Fontecchio non come un prospetto da Nba, ma uno che trea i professionisti può anche fare la differenza. Hanno pensato che Polonara girasse al largo per evitare il tonnellaggio di Kalinic e Micic, e quello invece gli ha piantato in faccia i gancetti mancini. Hanno guardato il piccolo Spissu con il sopracciglio alzato, e il ragazzo di Sardegna li ha puniti con una gragnuola di tiri da tre punti che hanno deciso la partita. Soprattutto, hanno pensato che Nicolò Melli non fosse nè quattro nè cinque, nè carne nè pesce e che la balena Jokic potesse ingoiarselo come Geppetto: ripassare, prego, il reggiano di Milano ha dato lezioni gratuite di classe, di carattere, di cuore e nemmeno la sua uscita per cinque falli, nel finale da cuore in gola, ha affossato l’Italia, che ormai volava su una nuvola, a guardare con un ghigno le macerie di una delle favoritissime per il titolo continentale.
Sapevamo che la Serbia era un Mont Ventoux da scalare senza un filo d’ombra: questi non sono soltanto mostri sul piano tecnico, ognuno di loro sarebbe titolare in ogni nazionale (Jokic anche negli Usa), ma la differenza la fa la voglia di giocare insieme. Una sublime somma di fattori che fanno un totale celestiale per chi ama il basket. Eppure l’Italia ha giocato la partita perfetta: anche quando siamo andati sotto di 11 e il temporale avvicinava i suoi fulmini, siamo stati bravissimi a non lasciare mentalmente l’arena berlinese. Melli ci ha riportato dentro la contesa: difesa su Jokic (più alto di 10 centimetri), triple, palle recuperate. E poi leadership, un esempio fulgido per i compagni, che hanno trovato minuto dopo minuto la consapevolezza che la montagna era altissima, certo, ma un sentiero esisteva anche se stretto e angusto. Grande Italia, penalizzata anche da alcune scelte arbitrali cervellotiche, prese per compiacere re Jokic (che sa anche simulare, tra le altre cose). Fatica immane contro una rivale grande, grossa e cinica: Kalinic, Micic, Milutinov, degni scudieri del sovrano, mani di velluto, attaccanti esiziali. Eppure, anche con i mattoncini di Pajola e Biligha in difesa e Fontecchio, l’Italia è tornata ai piedi del dinosauro: 51-45, ma solo perchè Micic trova un canestro surreale da tre. Melli, sempre Melli: avere davanti il semidio del basket mondiale stuzzica la classe del capitano dell’Olimpia che mette in ritmo Fontecchio, crea spazi per lo scooter Spissu, trascina l’ego dell’Italia (61-57 a metà della ripresa). Pozzecco prende il secondo tecnico e viene espulso, ma qui scatta la favola: triple in serie di Spissu e Fontecchio, gancetti di Polonara, difesa da marines. Trionfo, storia. Ora la Francia: un’altra montagna. Ma noi siamo Pantani.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
