Il dolore
Il gol dietro al tornante: ora le ali sono decisive
Da Leao a “Kvara” a Kouamè, l’esterno diventa uomo match. Addio al dribblomane che doveva soltanto servire il centravanti
Ali. Fatte per far volare. Che bello quando il calcio era così, semplice, schematico. Il più veloce, il più guizzante, il più magro e (spesso) dalla gamba sgraziatamente arcuata che sapeva dribblare senza guardare mai il pallone veniva destinato là, a ridosso della linea laterale. «Tu dribbla e crossa, poi ci pensa il centravanti», il mantra degli allenatori di una volta. Dribbla e crossa, quasi mai “tira in porta”. Già, ci pensava il bomber a capitalizzare il cross tagliato, beffardo, spesso perfetto: bastava essere grandi e grossi, avere tempismo e il gioco era fatto.
INDISPENSABILI
Cosa sarebbero stati Pulici senza Claudio Sala, Bettega senza Causio, Van Basten senza Donadoni, Paolo Rossi e Pruzzo senza Brunetto Conti, e forse persino Pelè senza Garrincha e Jairzinho? Solo pochissime ali, nel calcio color seppia, si sono messe in proprio: già, ma si chiamavano George Best, per dire.
«Tu dribbla e crossa» non basta più. Il sacchismo, l’offensivismo, il 4-3-3 imperante ha trasformato il vecchio poeta da linea laterale in un attaccante a tutto tondo. Letale, decisivo. Nel calcio globalizzato, saltare l’uomo (creare superiorità, dicono quelli bravi) non è più funzionale soltanto alla roboante finalizzazione del bomber ma vuol dire puntare il portiere, provarci, cercare il gol in prima persona.
VERSO LA PORTA
Cos’altro sono oggi Salah, Son, Gnabry, Mbappè, tanto per restare nella nobiltà del football continentale, se non attaccanti puri, fatti e finiti? Gente da doppia cifra abbondante ogni stagione, eppure calpestano la cara, vecchia linea laterale, partono dalla periferia per arrivare a regnare al centro. E la prima punta, dopo anni di libagioni al centro dell’area, nel nuovo calcio si deve adattare, portare via l’uomo, liberare spazi al in mezzo. Giroud, Lukaku, Dzeko, perfino Immobile sono diventati maestri di questa non trascurabile sfumatura tattica.
FASCE AL CENTRO
Anche la serie A, mutuando un fortunato slogan pubblicitario, ha messo le ali. Di necessità virtù: i grandi capitali sono volati oltre Manica, gli uomini-mercato devono sfornare idee low cost. Kvarastkhelia, ragazzo georgiano dal cognome che richiama un codice fiscale (Kvara per i napoletani, c’est plus facile) è il paradigma del talento di fascia dal prezzo non impossibile. Cristiano Giuntoli ha scommesso sulla sua fame, e il Maradona dopo cinque giornate e quattro gol è già pazzo d’amore. Il fatto è che esemplari del genere andrebbero protetti dal Wwf: passo, dribbling, voglia di rischiare la giocata, piede educato anche nel tiro. Kvara ricorda gente come Lentini e Marocchino, che sembravano lenti ma non li prendevi mai.
E Leao? Se parte da sinistra è Cristiano Ronaldo con tracce di Weah, tanto per restare in rossonero. Un briciolo indolente come da Dna lusitano, ancora ragazzino in certi atteggiamenti, ma il derby lo ha vinto da solo e una fetta di scudetto Pioli lo deve al ragazzo con le treccine. Dicono di lui che sappia fermare il mondo per un istante, quasi schiacciando il testo pausa: lui parte, i comuni mortali guardano. Il derby lo ha consacrato, specie quel secondo gol personale dove ha scherzato il vallo Atlantico interista, mica poco: Skriniar, de Vrij e Bastoni sembravano canne scosse da un vento impetuoso.
Ali, già. Come Cristian Kouamè, giunco d’ebano in maglia viola che ha fatto a pezzi la difesa della Juve, segnando e seminando dribbling e giocate mentre dall’altra parte Riccardo Sottil (ala italiana, già ci sono anche quelle e Mancini se n’è abbondamente accorto, visto che in maglia azzurra saltare l’uomo non è proprio la specialità della casa) metteva in croce un mammasantissima come Cuadrado.
Ali come Gerard Deulofeu, talento anarchico planato nel freddo Friuli che, chissà perché, fa venire alla mente la parte migliore di Gascoigne, o come Lookman, scheggia inglese che la lungimirante Atalanta ha colto nel giardino del Leicester, e chissà il virgulto quanto crescerà con mastro Gasp. Ali come Filip Kostic, di cui la Signora si è invaghita tanto da farne già un intoccabile per tacere del Fideo Angel Di Maria, forse troppo campione totale per essere confinato su una fascia, ma che quando si accentra partendo dai lati declina tutto il sapere del calcio.
E gli italiani? Poca roba, purtroppo, e altro non è che la cifra di un momento tecnicamente povero. Detto di Sottil, qualche messaggio lo ha lanciato Mattia Zaccagni, facilitato dai precetti del Sarrismo, e magari in questo ristrettissimo novero potremmo mettere Domenico Berardi, un altro forse troppo dotato da madre natura per essere confinato soltanto in una definizione.
Ali, che ci fanno tornare alla mente dei fotogrammi dolcissimi, il ciuffo di Conti, il baffo di Sala e Causio, i riccioletti di Donadoni. Un calcio che non c’è più, ma di cui – quando segnano le ali – rivediamo le tracce. E ci piace.
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