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Se Giacinto fosse qui... 80 anni di una leggenda

Luca Tronchetti
Se Giacinto fosse qui... 80 anni di una leggenda

Il sogno di Facchetti, un calcio genuino che partiva dai ragazzi. La figlia Barbara: oggi sarebbe un patriarca in forma e felice

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Oggi a villa Giovanna, nel "mezzo castello" con "mezzo parco" di Cassano d’Adda, rifugio da sempre agognato, Giacinto Facchetti, scomparso il 4 settembre di sedici anni fa, avrebbe festeggiato i suoi ottant’anni nel modo più semplice e genuino

Circondato dalla sua bella famiglia con i nipoti in prima fila e al centro della tavola la classica crostata di marmellata o alla crema pasticcera con fragoline, lamponi e frutti di bosco. I capelli argentati, sempre in perfetto ordine, in un fisico ancora statuario a dispetto dell’età perché l’ attività fisica era e sarebbe stata per lui imprescindibile, autentico brodo primordiale. Se la malattia non avesse prevalso sulla sua forte fibra e fosse riuscito a raggiungere quella carica di presidente federale, a cui stavano pensando autorevoli personaggi dello sport, quel calcio – che ha sempre amato e che lo ha reso immortale – non si sarebbe ridotto nello stato in cui oggi si trova: con una nazionale che fallisce per due edizioni di fila la qualificazione ai mondiali.

DIMENSIONE UMANA

I suoi ideali sportivi ed etici probabilmente avrebbero avuto la meglio su considerazioni puramente finanziarie e i valori tradizionali, uccisi da egoismi e conventicole, avrebbero riportato il pallone in una dimensione più umana e più vicina ai tifosi e alla gente comune. Il suo mito iniziato il 3 maggio 1961 con il debutto in Coppa delle Fiere con la maglia della sua vita, quella dell’Inter, resiste all’usura del tempo. E per ricordarlo degnamente stamani alle 11 su Rai Sport andrà in onda il documentario “Il Capitano” del regista Alberto D’Onofrio prodotto nel 2007 e presentato fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia.

GLI APPUNTI

Alcuni anni dopo la sua morte, il figlio terzogenito Gianfelice – attore teatrale, drammaturgo e scrittore – riordinando alcuni cassetti ritrova degli appunti vergati a mano dalla firma inconfondibile di Giacinto Magno. Scritti che tracciano una netta linea di demarcazione dall’attuale deriva miliardaria dello show business con l’imperante ipocrisia di un sistema ormai vicino a implodere travolto da plusvalenze e debiti talmente elevati che in qualsiasi altro settore economico e imprenditoriale avrebbero indotto gli organismi di controllo a rivolgersi ai tribunali competenti. Il Risorgimento del calcio, secondo il “Cipe”, passava da quattro punti chiave. Innanzitutto la grande ricchezza piovuta da metà degli anni Novanta sino al momento della sua dipartita da questa terra, ma non per i familiari e i tanti ammiratori di un campione di sport e di un uomo serio e leale, avrebbe dovuto essere impiegata e investita negli impianti sportivi, nei settori giovanili, nello sviluppo del football nelle zone più povere del Paese a cominciare dal Sud. É successo in Germania, ma in Italia ci sono una miriade di territori dove non esistono nemmeno campi in sintetico. Rispetto al movimento in generale il grande capitano azzurro ( 70 volte ha indossato la fascia bianca su 94 presenze) e nerazzurro (634 partite e 75 reti) credeva che fosse necessario far crescere soprattutto il movimento di base, al di là dei settori giovanili, anche negli oratori. Perché avere una base allargata di praticanti e appassionati avrebbe promosso una miglior cultura dello sport genuino fatto di regole e disciplina e dato più opportunità a tutti di giocare. Facchetti, specie negli anni della presidenza dell’Inter, era diventato il romantico Don Chisciotte del conflitto d’interessi che, dalla fine dei partiti tradizionali a giorni nostri, è diventato il tema centrale in ogni dibattito pubblico e privato

UN POSTO MIGLIORE

Lui però inseguiva un solo obiettivo: voleva fare del calcio un posto migliore di quello che aveva trovato da quando era diventato dirigente. Per questo si stupiva e trovava imbarazzo nel vedere un dirigente che stimava e apprezzava, peraltro contraccambiato, come Adriano Galliani ricoprire contestualmente il ruolo di presidente della Lega di A e di vice presidente del Milan. Auspicava per quel ruolo apicale una persona super partes in modo da non alimentare sospetti o retro pensieri legati a episodi dubbi ed errori arbitrali. Infine rispetto alla Lega e alle alleanze di quegli anni aveva cercato un’alternanza all’asse Juventus-Milan che comprendesse anche i club minori in un sistema “cooperativistico” e con una visione meno egoistica legata alla ripartizione contributiva che vedesse l’Inter come grande club garante dei “più piccoli” trovando in Diego Della Valle, presidente della Fiorentina, un prezioso alleato in una battaglia dove, almeno in certi frangenti, non trovò convinti sostenitori nemmeno nei vertici della Beneamata.

I FIGLI

Barbara Facchetti – nata due mesi dopo la vittoria del campionato d’Europa del 1968 – oggi al protocollo ufficio del presidente Fifa Gianni Infantino. Per la primogenita di famiglia la figura del padre è ancora molto presente nella vita quotidiana e il ricordo è dolce e struggente: «Come m’immagino il compleanno per i suoi 80 anni? – dice la ex capo delegazione della nazionale femminile ai Mondiali del 2019 – In modo semplice: da patriarca della casa. Un pranzo, con torta finale di cui era ghiotto, accanto al suo mondo: mamma Giovanna, io, Vera, Gianfelice e Luca e i nipoti Mattia, Lupo, Teresa, Luna e Alessandro. Poi lo avrei convinto, lui grande appassionato di tennis, a giocare a Padel con interminabili sfide in famiglia e, perché no, a intonare una vecchia canzone visto che la musica gli è sempre piaciuta. Avrebbe continuato a vedere l’Inter e l’Italia in tv o a San Siro. Ma oggi non riesco a immaginarlo in veste di dirigente. Il mondo dello sport è cambiato e non si sarebbe rispecchiato in questo calcio». Gianfelice – nato invece dopo il naufragio dei mondiali del 1974 e tenuto a battesimo da Giovanni Arpino – ritiene la figura paterna viva e attuale: «Per tutti Giacinto rimane il Capitano, il gigante che metteva soggezione ma che polverizzava le distanze con un gesto o la parola giusta al posto giusto. Mi piace ricordare uno striscione a lui dedicato nel giorno della sua dipartita: “Ora sei una stella”. E continuo a credere che in mezzo alle costellazioni ogni tanto lui punti uno sguardo verso la sua famiglia e sia la nostra buona stella».

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