Gioco
Gli 80 anni di “Ago” la leggenda: «La prima moto per un malinteso»
Compleanno in famiglia per il re incontrastato delle due ruote Giacomo Agostini: «Una volta era troppo pericoloso, mi sono sposato quando ho lasciato le gare»
Quella moto rossa che sfrecciava in testa sui circuiti di tutto il mondo è stata l’orgoglio italiano degli anni Settanta. E lo spot pubblicitario dell’azienda petrolifera, che andava in onda ogni sera durante Carosello, ne era la perfetta sintesi: con Api si vola. La tre cilindri MV Agusta, che trionfava nella 350 e nella 500 del motomondiale, aveva il volto e il nome del più grande pilota di ogni epoca: Giacomo Agostini, semplicemente il migliore. Quel tempo è volato via alla stessa velocità con cui “Ago” frantumava record su record conquistando, unico centauro nella storia del motociclismo, 15 titoli iridati e 18 campionati italiani. Una carriera straordinaria la sua: un dominio assoluto con 123 gare vinte su 190 disputate. Mostruoso. E oggi quel campione gentile dal sorriso luminoso – che indossava una tuta in pelle nera del peso di oltre un chilo e si proteggeva con un casco tricolore – taglia il traguardo degli 80 anni. Difficile immaginare che quel distinto signore oltre 50 anni fa rischiasse l’osso del collo nelle piste del continente dove morivano, gran premio dopo gran premio, amici e avversari perché la sicurezza allora era davvero un optional. Eppure se gli chiedi cosa avrebbe fatto se non fosse diventato il re delle due ruote, lui serafico risponde: «Il motociclista. Non sarei riuscito a vedermi dietro una scrivania». Il momento più bello in carriera? «Il mio primo titolo iridato. Mi resi conto realmente della vittoria il giorno dopo leggendo, con le lacrime agli occhi, i giornali che magnificavano quell’impresa». Un compleanno festeggiato con semplicità: «Una cena con mia moglie Maria, i figli Vittoria e Giacomino e i parenti. Sa qual è il regalo più bello: quando la gente, anche i giovani, si voltano per salutarmi. Un segno tangibile di affetto per le emozioni che ho regalato».
Pilota per un equivoco La moto entra nella vita di «Mino» quando decide di provare il “Galletto-Moto Guzzi” che suo padre usa per andare in ufficio. «Non arrivavo ai pedali – racconta –, ma quella per me fu un’attrazione irresistibile che culminò con una caduta rovinosa. A 12 anni iniziai con le prime gare clandestine di gimcana arrivando a disputare competizioni provinciali e trionfando in sella all’Aquilotto Bianchi a rullo. Il mio unico desiderio era quello di correre, ma arrivato a 18 anni ci voleva il consenso paterno per l’iscrizione alle gare ufficiali». E sul punto Aurelio Agostini non voleva sentire ragioni: “Non sarò io a firmare la condanna a morte di mio figlio”. Una paura proseguita sino alla sua scomparsa: «Era orgoglioso di me, ma temeva per la mia incolumità e spesso veniva alle gare nascosto tra la folla senza chiedermi il biglietto d’ingresso». Il suo ingresso nel motociclismo lo si deve a un equivoco: «Un giorno il notaio amico di mio padre mi vide triste e sconsolato. Gli spiegai che volevo correre in sella alle due ruote e senza il consenso dei genitori non avrei potuto farlo». Lì s’ingenera il malinteso con il professionista che confonde ciclismo con motociclismo. «Chiamò papà e gli fece un pistolotto sull’importanza dello sport e sul benessere psicofisico. Babbo firmò anche se non ne volle sapere di comprarmi la prima “Settebello 175” da competizione. La acquistai dal concessionario di Bergamo: 30 rate per mezzo milione di lire onorate con i premi».
La prima vittoria «Nel 1961 la mia prima gara importante: una corsa in montagna, la Trento-Bondone. Partimmo all’alba io e il fornaio del paese con un cestino di vivande. Alla partenza eravamo in 40 e arrivai secondo. Ma la vittoria che mi fece fare il salto di qualità arrivò l’anno dopo alla Bologna-San Luca. Dominai a tempo di record e tra gli spettatori c’era Alfonso Morini, proprietario dell’omonimo team, che mi offrì una moto ufficiale e un ingaggio».
Pignolo e monastico La fama di “precisino” lo ha accompagnato per tutta la carriera. La sua proverbiale metodicità lo ha portato, sin dagli esordi, ad appuntarsi su un diario ogni situazione in corsa e a raccogliere migliaia di foto, 364 coppe, centinaia di trofei, caschi integrali e a scodella, tute e stivaletti adesso sono conservati nel suo museo privato sui colli di Bergamo. «Alcuni episodi avvenuti nei primi anni Sessanta, tra cui un sabotaggio e il distacco di una saldatura del condensatore che mi fece perdere un mondiale, mi hanno spinto progressivamente a controllare e ricontrollare ogni minimo dettaglio. Ma ai miei meccanici sono stato molto legato e in particolare a Ruggero Mazza che ho avuto al mio fianco nei 15 mondiali. Ero con lui quando a 100 anni è mancato». La fama di latin lover fa da contraltare al suo stile monastico prima delle gare: «In fondo ero innamorato solo della moto tanto da sposarmi a 46 anni quando avevo smesso da un pezzo. Non sarei mai riuscito, come facevano altri colleghi, a salutare i figli in pista prima della partenza di un gran premio. In quegli anni giocavi con la vita e la morte era dietro una curva. Il fascino mi aiutava con le ammiratrici e film, fotoromanzi e foto su rotocalchi e giornali accrescevano la mia fama. Una volta a cena a Parigi con Alain Delon riuscì a soffiargli una splendida bionda, ma solo perché giunse improvvisa la fidanzata dell’attore». Ma il primo posto c’erano le corse: «Volevo sempre essere al top. Mi preparavo fisicamente, curavo l’alimentazione ed evitavo la bella vita. Solo una volta ho trasgredito. A Riccione: lei era bella e passammo la notte in acqua su un gommone. Il giorno dopo vinsi, ma poi tornai a rispettare le regole».
Dalla Mv Agusta alla Yahama Con la moto Morini nel 1963 domina e approda alla Agusta. «Sei ore di anticamera prima di essere ricevuto dal conte Domenico, proprietario di un’azienda con 350 dipendenti che costruiva elicotteri. Avevo fatto la scelta giusta. Sulla MV dal 1965 al 1973 ho vinto 13 titoli mondiali nelle classi 350 e 500, il periodo più entusiasmante della mia carriera». Il 1973 è un anno orribile. Due anni prima, alla morte del conte Agusta, i primi attriti con la scuderia si sommano alle tragedie dell’amico-rivale Renzo Pasolini e del talento Saarinen che persero la vita a Monza: «Il problema della sicurezza mi è sempre stato a cuore. In questi giorni al Tourist Trophy nell’isola di Man sono morti sei driver e in totale le vittime sono 250. Ma si tratta di una corsa dove non sei obbligato ad andare. Ai miei tempi era inserita nel circuito iridato e dovevi partecipare per forza. Io ho vinto dieci volte, ma 50 anni fa uno dei miei migliori amici, il pilota triestino Parlotti, è morto a causa della pericolosità del tracciato. Mi misi alla testa di un manipolo di contestatori e qualche anno dopo la prova venne cancellata dal mondiale». Un supercampione allergico alle cadute. Al la di là della frattura alla clavicola al gran premio di Svezia del 1973, Agostini ricorda con angoscia la scivolata sulla pista di Misano nel 1967: «Mi sono rotto i muscoli della gamba sinistra. Rischiavo di non correre più, ma l’intervento chirurgico mi ha consentito di tornare a vincere». Con la Yamaha per Agostini arrivano gli ultimi due titoli: «Di quella esperienza ricordo la vittoria di Daytona del 1975 con il giovane rivale Kenny Roberts che mi denigrò sostenendo che mi avrebbe mangiato crudo. Giunsi al traguardo disidratato, non stavo in piedi e mi fecero pure una flebo. Ma vinsi e l’americano fu costretto a dire che non ero un essere umano».
Lombardia e Toscana Bresciano di nascita, bergamasco d’adozione: «Dalla Valcamonica ci trasferimmo a Lovere sul lago d’Iseo perché mio padre aveva una piccola azienda di trasporti con chiatte e rimorchiatori. La mia carriera sportiva è iniziata a Bergamo e ricordo con grande nostalgia gli incontri allo storico Caffè del Tasso con gli altri due campionissimi: l’asso del ciclismo e mio vicino di casa Felice Gimondi e il capitano della nazionale di calcio, Giacinto Facchetti. La Toscana è un luogo del cuore: partendo dal circuito del Mugello per proseguire a Firenze e viaggiare verso il mare della Versilia con la meravigliosa Forte dei Marmi che ricordo da bimbo e ritrovo bella come allora».
Il Drake e Valentino Rossi Troppo diverso dal campione degli anni Duemila, Valentino Rossi: «Il più forte tra noi? È normale che ognuno porti acqua al proprio mulino. Abbiamo caratteri e personalità differenti, ma qualche punto in comune. Dal numero 46 delle mie prime apparizioni, alla maglia gialla che tenevo sotto la tuta, alla guida di una Yamaha sino alla passione per l’automobilismo. Nel 1967 il Drake mi convocò sulla pista di Modena offrendomi la guida di una Ferrari. Difficile dire di no al cavalier Enzo. Presi tempo: per tre giorni e tre notti non riuscì a chiudere occhio. Alla fine pensai che avevo scelto la moto sin da bambino e sarebbe stato un errore tradirla». l
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