Sicurezza
Il “vecio”, Pablito e quell’urlo Spagna 82, il mondiale più bello
40 anni fa iniziava il sogno azzurro. Nessuno ci credeva, tranne Bearzot Rossi non ne azzecca una, poi col Brasile si sblocca e diventa un idolo
Al centro dell’attacco c’è un ragazzino minuto, coi capelli scuri. Indossa una maglia azzurra col numero 20. Ha il cognome più comune che si possa immaginare. Non gioca da due anni, le sue ginocchia sono molto sofferenti. Ha i calzoncini bianchi. Per quattro partite, praticamente non ne azzecca una. Milioni di italiani chiedono a gran voce che venga fatto accomodare in panchina, anzi meglio, in tribuna. Poi, da affrontare c’è la squadra più forte del mondo. Quella che sembra giocare per onor di firma, mentalmente già pronta per sollevare la coppa al cielo. Bastano 5 minuti. E quel numero 20, al quale vuol bene solo il suo allenatore, la mette dentro di testa. Il pomeriggio che nessuno dimenticherà mai. Quaranta, sembra impossibile ma ne sono trascorsi quaranta da quel 1982, e dal mondiale di Spagna, il più amato di sempre. Non esiste trionfo più bello, il confronto il successo del 2006 in Germania non regge. Perché quel calcio era straordinario, ricco di stelle, romanticismo, storie incredibili, personaggi che sembrano usciti da qualche libro avventuroso.
Il mio mondiale di undicenne
C’è una canzone che ha il magico potere di riportare la mia mente a quei giorni, vissuti pienamente da bimbo undicenne a Livorno, tra amici, mare e famiglia. È un brano della cantante napoletana Teresa De Sio: “Voglia’ e turnà”. Bastano le prime note e rivedo tutto in modo chiaro e preciso, perfino i dettagli. La prima partita (il 13 giugno) vede di fronte chi vinse nel 1978, l’Argentina di Luis Cesar Menotti, che schiera in mezzo ai vecchi leoni, un giovanissimo Diego Armando Maradona, e il modesto Belgio di Gerets, Pfaff e del compianto Coeck. C’è subito il colpo di scena: un gol del buon Vanderbergh al 63’, dà la vittoria ai meno quotati, di fronte ai 95mila del Nou Camp di Barcellona. Il giorno successivo entriamo in scena noi, contro la Polonia della giovane promessa Zibì Boniek; in serata tocca al favoritissimo Brasile, in un test importante opposto alla temibile Unione Sovietica (con l’indimenticabile CCCP scritto sul petto) che ha gli uomini migliori in Blochin, e Dasaev. L’Italia, nell’unico pomeriggio non soleggiato della competizione, registra uno scialbo pareggio a reti bianche: sola emozione una traversa di Tardelli nella ripresa. Il Brasile, invece, fa un sol boccone dei sovietici: passa in svantaggio, soffre qualche minuto. Poi comincia a carburare e prima col dottor Socrates e sul finale con un missile di Eder, ribalta il risultato. Per i verdeoro seguiranno il 4-1 sulla Scozia con reti di Zico, Oscar, Eder e Falcao, e il 4-0 sulla Nuova Zelanda con doppietta di Zico, quindi Falcao e il discusso centravanti Serginho.
L’avvio deludente
Noi ragazzini davanti alla Tv siamo increduli davanti a tanta potenza. E nello stesso tempo delusi dai nostri beniamini. Gli azzurri infatti raccolgono altri due pareggi. Contro il Perù, che indossa l’affascinante maglietta bianca con fascia rossa e annovera tra le sue fila il portiere Quiroga e il celebre Hector Chumpitaz la sua scheda dice 30 anni, ma probabilmente ne ha sette di più. Un gol di Conti, l’errore di fare la “melina” troppo presto, qualche rischio grosso e poi il pareggio: tiro di Diaz su punizione, deviazione di Collovati e Zoff spiazzato. Niente da fare neppure con i Leoni d’Africa del Camerun. Anche in questo caso passiamo in vantaggio con un colpo di testa di Ciccio Graziani (complice anche la scivolata del mitico N’Kono, estremo avversario). Per il gol camerunese non c’è da attendere che qualche secondo. Immediata infatti la segnatura di M’Bida. Un risultato che comunque ci catapulta al turno successivo per differenza reti. E qui c’è un passaggio decisivo. La stampa insorge, gli attacchi contro il commissario tecnico Enzo Bearzot, e i giocatori sono feroci, alcuni davvero pesanti. Le penne di quel periodo si chiamano Brera, Soldati, Arpino, Mura, così per dire. Tanto che, gli azzurri, decidono di chiudersi in un deciso silenzio stampa. O meglio parla solo Dino Zoff, uno che in mezzora dice due parole a voce bassa. Scoppia un putiferio. Come se non bastasse, scopriamo che nel secondo turno ci aspetta il gruppo della “muerte”, ovvero ci giochiamo un posto in semifinale con Argentina (che dopo la sconfitta d’esordio ha inanellato due successi di fila) e il Brasile, vabbè che ve lo dico a fare. Un disastro: isolati, tutti contro, una squadra che sembra senza capo ne coda, un attaccante Rossi completamente avulso dal gioco, un c.t. che appare perseverare con ostinazione nei suoi acclamati errori.
Il “biscotto” tedesco
Ma nel frattempo negli altri giorni eliminatori che è successo? Cominciamo dalla Germania Ovest di Karl Heinz Rumenigge, che, per superare il primo turno organizza un biscotto clamoroso con i cugini dell’Austria. Una partita che viene nominata “Il patto di non belligeranza di Gijon”. Questa la cronaca: segna Hrubesch all’11’. Seguono ottanta minuti di nulla. Uno scandalo: Algeria eliminata senza colpe, tedeschi accolti in albergo da insulti e uova marce. Nel gruppo 3, El Salvador, raccoglie la peggior sconfitta di tutti i tempi: 10 - 1 contro l’Ungheria. Novanta minuti che scrivono la storia, anzi la “Historia de un gol”. Quella rete di Ramirez al 65’, viene festeggiata come non mai, sul parziale di 6-0. Perché resta l’unica rete dello staterello in una fase finale dei mondiali, nell’unica partecipazione. La debacle però avrà contraccolpi al rientro in patria: i giocatori rischiano la pena capitale e il portiere Luis Mora si salva miracolosamente da un agguato a colpi di mitra. Ma le vicende pazzesche di quella formazione non finiscono qui. In campo schiera anche Jeorge Alberto Gonzales, detto “il magico”. Su di lui si potrebbe parlare per ore, ma si dice sia il giocatore con maggiore talento che abbia mai calcato un campo di pallone. Al termine del mondiale lo contatta il PSG, ma lui risponde: «Che ci vado a fare, città troppo grande e non conosco la lingua». Rinuncia a numerose offerte italiane e si accasa al Cadice. Lui conduce una vita sregolata a dir poco, ma in campo fa la differenza. Un giorno si gioca la partita più attesa: l’avversaria è il Barcellona di Maradona. Lui non si presenta. Primo tempo 3-0 Barca. Lo vanno a prendere a casa, sta dormendo. In fretta e furia si prepara per il secondo tempo. Il Cadice vince 4 - 3. Il "pibe de oro” commenta «Credo sia migliore di me, appartiene ad un’altra galassia». Con un po’ di fatica si qualifica anche la Francia di Michel Platini.
Riscatto e cavalcata
La prima uscita della seconda fase per gli azzurri è il 29 giugno contro l’Argentina. Una sfida rimasta nell’ombra, ma probabilmente quella della svolta. Segnano Tardelli e Cabrini, termina 2-1. Il primo capolavoro tattico di Bearzot che piazza Gentile su Maradona al posto del designato Tardelli. E il difensore entra nella leggenda. Il Brasile però non si scompone è contro l’albiceleste ne mette 3. Zico, Serginho, Junior. Adesso con l’Italia basta anche il pareggio. Bearzot ha portato la squadra al Sarrià «dall’alto si studiano meglio gli avversari» dice. E fa il secondo capolavoro. Poi c’è “la partita” quella del 5 luglio. Credo che nessun evento sportivo abbia mai avuto un tale impatto sugli italiani. Sono le ore 17.15 quando le case sono invase dal suono delle trombette e dalla voce di Nando Martellini. L’impresa è impossibile. Qui entra in scena quel ragazzo col numero 20, di cui si parlava all’inizio, il terzo capolavoro di Bearzot. Il quarto il “Vecio” lo fa mettendo Collovati su Serginho, che ritiene fondamentale per il gioco d’attacco carioca. Il resto è leggendario al 5’ su cross di Cabrini da sinistra Rossi sigla di testa. Al 12’ con una triangolazione perfetta con Zico, Socrates pareggia piazzandola sul primo palo. Sembra l’inizio della fine. Ma Rossi al 25’ è un falco, anticipa Junior e segna con un tiro da fuori. Nella ripresa, al 68’, Falcao la recupera con una magia: finta che sbilancia tutti e tiro dal limite che si insacca alle spalle di Zoff. Il Brasile potrebbe mollare, difendersi. Ma non lo fa, vuole vincere. Invece subisce la terza rete, ancora da Rossi (74’) e poi la quarta da Antognoni, annullata senza motivo. Siamo al 90’ sul 3-2 e c’è una punizione da fuori area per i Brasiliani. Eder la crossa in mezzo, Oscar schiaccia di testa alla perfezione. Un brivido percorre la schiena dell'intera penisola. Ma Dino Zoff, la blocca sulla linea poi col dito fa segno di no. Non è entrata. L’Italia in quel momento diventa campione del mondo. Le partite successive contro Polonia prima e Germania Ovest in finale, le vince agevolmente. Quando penso ai ragazzini di undici anni oggi, che non possono gustarsi un mondiale con gli azzurri, penso di essere stato davvero un privilegiato a vivere quei magici momenti. Nell’estate dell ’82.
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