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Pioli-Inzaghi, calcetti e gufate

Fabrizio Bocca
Pioli e Inzaghi a San Siro
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Pioli e Inzaghi a San Siro

Lì accomuna soprattutto un buco nel curriculum: nessuno dei due ha mai vinto uno scudetto

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Non ci fossero quasi dieci anni di differenza d’età e fossero ancora calciatori, Simone Inzaghi, da attaccante che Cragnotti portò alla Lazio nel ’99 per 25 miliardi di lire, cercherebbe di fargli gol.

E Stefano Pioli, da difensore - la Juve nell’84 lo pagò un miliardo -, gli entrerebbe sugli stinchi per impedirglielo. Oggi, metaforicamente, è più o meno lo stesso. Se va in gol e vince tutte le partite con l’Inter, Simone Inzaghi conquista matematicamente lo scudetto. Stefano Pioli lo ha già marcato duro con la vittoria dell’Olimpico e avendo ora una carta in meno da giocare, s’attacca addirittura alla maglia e alla classica gufata: "Eh, ma non è detto che le vinca tutte, avete visto cosa ha fatto l’Empoli...". Ha fermato il Napoli, che fermi pure l’Inter no? E martella poi con gli arbitri che avrebbero penalizzato il Milan e dato una spintarella all’Inter, la mancata contemporaneità delle partite in questo finale di campionato, il fatto che il recupero di Bologna-Inter sia stato rimandato fino a ora. Col Bologna che il campionato lo avrebbe ormai concluso, ma che invece ci sta dando dentro come raramente accade.

Insomma Pioli molla calcetti per infastidire e innervosire l’attaccante, sperando che inciampi. Bologna, Udinese, Empoli, Cagliari, Sampdoria. Va bene tutto.

Pioli e Inzaghi hanno molto in comune. Se fossero in un disco di Guccini sarebbe "Fra la via Emilia e il West". Inzaghi è di Piacenza e Pioli è di Parma, 70 km di via Emilia appunto. Molti interessi e affari di Simone Inzaghi sono a Rottofreno, nome che è tutto un programma. Presuppone velocità molto sostenuta. Quanto l’Inter che, a partire dalla Juve, ha vinto le ultime cinque (derby di Coppa Italia compreso). Ma anche rischio e incoscienza.

Lì accomuna soprattutto un buco nel curriculum. Nessuno dei due ha mai vinto uno scudetto. Per ritrovare nell’albo d’oro un allenatore al suo primo scudetto bisogna risalire ad Allegri col Milan nel 2011. E hanno un punto di contatto fondamentale, i due allenatori delle milanesi, nella Lazio di 6 anni fa (2016): Pioli alla sua seconda stagione in biancoceleste viene esonerato e Lotito chiama Simone Inzaghi, nel frattempo passato dal campo alla panchina della Primavera. I due avevano contatti, si frequentavano, si scambiavano esperienze.

Pioli passerà attraverso Inter e Fiorentina prima di arrivare al Milan, Inzaghi alla fine di quella stagione prenderà la via di Salerno, per essere poi fermato sull’autostrada da Lotito che gli dice: torna indietro, Marcelo Bielsa è un pazzo, ha firmato ma non viene, resti tu ad allenare la Lazio.

Da lì si sa come finisce, i due devono battere molti pregiudizi prima di essere accreditati come allenatori degni di una big da scudetto. Pioli deve sconfiggere il fantasma del guru Ralf Rangnick, Inzaghi deve dimostrare di essere degno di sostituire un vincente tosto come Conte. E lo fa addirittura con una squadra quasi stravolta, ma senza toccare i principi tattici di Conte.

Di dieci anni circa più giovane Inzaghi conserva ancora molto della mentalità del giocatore. Nel suo background c’è la serenità e la tranquillità di un Eriksson.

Nel pantheon di Pioli, di fondo un’acqua cheta che agli arbitri non le manda a dire, c’è sicuramente Ranieri. Se fosse un ciclista sarebbe un bel passista, il Milan lo ha tenuto su col cuore, l’amicizia ma anche la capacità di gestire superstar come Ibrahimovic e una certa raffinatezza da cultore del basket Nba.

Adesso che l’asticella si è alzata si è imposto anche qualche vezzo da guru, come la parabola del leone. "I miei ragazzi sono dei leoni. Il leone non è il più intelligente della savana, perché lo è lo scimpanzé. Non è il più veloce, perché lo è il giaguaro. Non è il più grande e forte, perché lo è l’elefante. Ma il leone ogni mattina si alza affamato e sa che deve mangiare". Più che un proverbio africano, una cosa tipo Aldo, Giovanni e Giacomo.

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