Proteste
Calcio, la macchina che decide i campionati
Il rigore di Dumfries è uguale a tanti altri, ma è iconico e simbolico nella sua genesi, un manifesto del calcio di oggi
Comincia oggi la collaborazione col Tirreno Fabrizio Bocca, per 39 anni firma della Repubblica dove per dodici è stato responsabile dello Sport. Da giovanissimo ha iniziato proprio al nostro giornale.
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Avendo capito che noi italiani siamo ormai intossicati dal Var e che non solo Juve-Inter ma tutta la nostra storia può essere ripassata al rallenty, il presidente della Fifa ci ha gettato l’osso di Italia-Brasile 4-2.
Quella del 1982, che si chiuse 3-2 (Rossi, Rossi, Rossi!). Se l’arbitro israeliano Abraham Klein avesse avuto il monitor a bordo campo, certamente non avrebbe annullato per fuorigioco il gol ad Antognoni, permettendoci così di chiudere la partita senza infarti sparsi per la penisola.
La moviola infilata nella macchina del tempo è pratica assimilabile a quella investigativa dei “cold case” irrisolti. Fare del calcio non solo una partita ma un serial tv. Dove il Var fa intrattenimento più dei gol stessi. Abbiamo un calcio declinante a livello internazionale, ma in quanto ad accessori e annessi teatrini social e tv non siamo secondi a nessuno.
Siamo ormai al quinto campionato con un regia che assiste l’arbitro, che lo affianca ma anche lo controlla con decine di telecamere e gli incombe addosso come al Truman Show. Il rigore su Dumfries in Juve-Inter è solo l’ultimo intervento di migliaia. Soltanto in questo campionato e prima di quest’ultima giornata il Var è intervenuto in 295 partite per 1646 check e “portato – secondo la Can di Serie A – a una diminuzione degli errori dell’86%”. Evviva, grande progresso, addio polemiche. Magari…
Dov’è allora il problema e che cosa ha di tanto particolare il rigore su Dumfries in Juve-Inter? Nessuno in termini formali, in termini pratici molti. È l’unico episodio, di fatto, che decide una partita scudetto, intorno c’è stato molto altro, ma di concreto pochissimo. Una partita un po’ più intensa della Juve, il nulla o quasi dell’Inter, fior di attaccanti – Vlahovic, Dybala, Morata, Dzeko, Lautaro – che non hanno fatto male a nessuno. È tutto in quell’episodio lì, un rigore estratto dalla macchina che decide le partite. E in questo caso anche i campionati: l’Inter di Inzaghi è tornata in corsa scudetto, la Juve di Allegri ne è finalmente uscita con buona pace del suo allenatore, che questo peso non voleva proprio più sentire.
Il rigore di Dumfries è uguale a tanti altri, ma è iconico e simbolico nella sua genesi, un manifesto del calcio di oggi, dove la tecnologia, il regolamento e un certo intervento artificiale coprono il buco del calcio e soprattutto del coraggio che manca. C’è una foto che ce lo dice ed è quella che vedete in questa pagina. L’arbitro Irrati – affermato e apprezzato Varman quando fischia davanti a un monitor – guarda dritto da pochi metri i piedi di Dumfries che finisce nel sandwich tra Morata e Alex Sandro. Non fischia il rigore, perché è uno che in carriera ha ormai arbitrato 300 partite, e non lo sente, non lo avverte. Poi lo richiamano al monitor e in due secondi decide: “È rigore”, caso di “step on foot”, alias pestone.
Nessuno può dire niente su quel rigore, esiste “da regolamento”. Che è una maniera per troncare qualsiasi discussione, e dare una giustificazione alla discutibile opera di ripassare tutta la partita allo scanner. Cinque anni fa quel rigore non sarebbe stato dato, semplicemente perché l’arbitro non l’aveva ritenuto tale, perché non è un rigore clamoroso, non la “massima punizione” che merita un fallo grave in area.
Oggi è un rigore tabellare, anche giusto ma estratto a forza dal millecinquecentesimo riesame delle immagini di questo campionato. È qualcosa cui i sostenitori del calcio all’inglese nemmeno fanno caso e invece è il rigore perfetto per chi si è fatto sfuggire dalle mani l’idea di aiutare l’arbitro con l’uso della tecnologia. Che alla fine però ha preso il sopravvento ed è riuscita a impadronirsi, come HAL 9000, di tutta l’astronave.
Il Var è buono e fa bene, ma ci sta anche trasformando in tanti “hikikomori” del pallone, serrati nella nostra stanza, ad ascoltare telecronisti maniaci del replay, davanti i nostri computer a compulsare avanti e indietro i video della partita. “Ecco là, Step On Foot! ” Stepponché?
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