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Italia, la disfatta e poi la fuga. Una rinascita? I numeri che non fanno ben sperare

Tommaso Silvi
Un’immagine emblematica della disfatta con la Macedonia che ci è costata la mancata qualificazione al mondiale: la disperazione di Berardi
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Un’immagine emblematica della disfatta con la Macedonia che ci è costata la mancata qualificazione al mondiale: la disperazione di Berardi

Sempre peggio: sette azzurri se ne vanno, il nostro pallone è nel caos. Con la Turchia una partita "farsa" che non ha alcun valore

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COVERCIANO. Niente mondiali, niente coraggio. Non crediamo in quello che facciamo e ci lamentiamo se non ci riesce. Qualcuno aiuti il nostro calcio. E non solo dal punto di vista tecnico. Siamo ingoiati dall’ipocrisia e continuiamo a sguazzare nelle inutili analisi dei massimi sistemi. Il mondo del pallone va avanti. Noi guardiamo dal finestrino e restiamo fermi a lamentarci.

NEPPURE LA FACCIA

Fare peggio della figuraccia con la Macedonia era difficile. Ma l’Italia ci è riuscita. E stavolta il campo non c’entra. Nei giorni in cui Roberto Mancini si appresta ad annunciare la permanenza in panchina, la Nazionale perde sul piano umano. Prima la mancata qualificazione al mondiale. Poi la fuga. I giocatori si spellano le mani con i “pianti” sui social, ma la faccia non ce la mettono. Domani giochiamo una partita inutile in Turchia alle 20,45. Verratti, Insigne, Berardi, Immobile, Jorginho, Mancini e Luiz Felipe hanno lasciato il ritiro azzurro di Coverciano. Via tutti. Tra sabato e ieri mattina. Ufficialmente ognuno ha un buon motivo per andarsene – tra non meglio precisate “indisponibilità”, “rotazioni” volute dal mister e “affaticamenti” muscolari –, ma di certo c’è che mentre la barca affonda, loro scappano. In Turchia l’Italia sarebbe dovuta andare al completo. Con coraggio. Insieme si vince, insieme si perde. Questo insegna lo sport. La fuga dopo il disastro è una vergogna che affonda nella ferita aperta giovedì sera dal gol di Trajkovski.

COSÌ SI MUORE

Gli Azzurri vanno ringraziati per la strabiliante vittoria all’europeo dell’estate scorsa. Ma nel calcio conta l’ultima partita. Non si vive di ricordi. E il presente è terribile. “Ora bisogna cambiare”, dicono i grandi teorici dai loro divani da opinionisti. Ma cosa stiamo facendo per cambiare? Niente. La media degli italiani sotto i 21 anni in A è di 2,7 ragazzi a squadra. La percentuale dei minuti giocati dai calciatori Under 21 italiani – sui minuti complessivi – è del 4%. Quelli schierati titolari per ogni squadra a partita in Serie A sono 0,43: cioè nemmeno uno a gara. Anche in B la situazione è tragica: 3,7 Under 21 di media in rosa, 7% dei minuti giocati, 0,8 Under 21 titolari in media per ogni squadra, il 65% entra oltre il 70’. Ma veramente pensiamo di far rinascere la nazionale con questi numeri?

CALCIO PALEOLITICO

Dacia Arena di Udine, Allianz Stadium di Torino, Gewiss Stadium di Bergamo, Benito Stirpe di Frosinone. Quattro stadi in tutta Italia vestono i panni della modernità. Stadi che aiutano i club a fatturare, ad aumentare gli introiti, a poter alzare l’asticella delle ambizioni. All’estero tutte le squadre – o quasi – hanno un impianto all’avanguardia. In Italia, invece, a Roma e Milano si parla del nuovo stadio da anni senza che si sia mossa foglia. La burocrazia, la politica. C’è sempre un’ottima ragione per rimanere immobili. E nel frattempo il nostro pallone affonda. La nazionale salta due mondiali di fila, i club sono tutti fuori dalla Champions. Il Liverpool batte l’Inter a San Siro giocando 20 minuti su 90. E in tutto questo davvero c’è chi se la sente di ridurre tutto a Mancini che non ha fatto giocare Scamacca? Mah, riflettiamo. E tiriamo fuori la testa dalla vasca dell’ipocrisia. Crediamo nel nostro calcio? Dimostriamolo. Facciamo giocare i ragazzi, permettiamo loro di sbagliare. Godiamoceli, nel bene e nel male. Evolviamoci come Paese sportivo e calcistico. Altrimenti questa Macedonia, per noi, è solo l’antipasto.

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