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Il Ct Mancini ostaggio delle società

Andrea Rocchi

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Allora quell’11 luglio di due anni fa a Wembley è stata una botta di culo? Ora che siamo di nuovo fuori dal Mondiale ce lo chiediamo tutti, perché dopo la fallimentare esperienza dell’Italia di Ventura, il ciclo aperto da Roberto Mancini sembrava aver riportato l’Italia nell’élite del calcio. Avevamo ritrovato fiducia, entusiasmo e un gioco. Avevamo dimostrato che si può vincere un Europeo anche senza un centravanti, con possesso di palla, pressing e forza del collettivo. Eravamo di nuovo l’Italia, quella che si guarda dal basso all’alto, con umiltà e rispetto. Ci eravamo illusi? Forse avevamo peccato di un eccesso di euforia perché, ricordiamocelo, le nostre vittorie del 2020 arrivavano dopo aver sofferto con la Spagna e patito anche con gli inglesi, in finale, aggrappati alla freddezza dei rigoristi dal dischetto e ai guantoni di Gigio Donnarumma. Però avevamo comunque recuperato un’identità.

Oggi siamo di nuovo a commentare l’imprevedibile. Avevamo crocifisso (a ragione) Ventura per la straordinaria inconsistenza offensiva nello spareggio del 2017 con la Svezia. E ora ci troviamo a commentare l’assurda involuzione della Nazionale di Mancini, castigata da un avversario assai più modesto dei nordici come la Macedonia del Nord; trafitti da tal Alexander Trajkovski, un attaccante 29enne che gioca in Arabia Saudita e che è passato anche dal nostro campionato, a Palermo, dove è balzato agli onori della cronaca per una tripletta in Coppa Italia al Francavilla. Eppure di fronte i macedoni avevano un quasi Pallone d’Oro come Jorginho, il miglior regista della Ligue 1 - lo assicura anche Messi - che porta il nome di Verratti, uno dei più prolifici attaccanti europei (con Lewandovski e Benzema) e che solo in Nazionale è abbonato al digiuno come Immobile. Diciamolo subito: stavolta Mancio c’ha messo del suo. Dopo aver (ri)costruito una straordinaria macchina da guerra dalle ceneri della sventurata avventura di Ventura, il commissario tecnico di Jesi ha visto lentamente sfuggirsi di mano tutte quelle granitiche certezze che aveva inculcato nel dna degli Azzurri. Giovedì, in una gara da dentro o fuori, ha lasciato in tribuna uno come Scamacca, unica vera rappresentazione di centravanti old style (ufficialmente per un risentimento), preferendo un attacco di piccoletti, affidandosi a Joao Pedro e Raspadori come amuleti-alternativa, quando il peso specifico (e fisico) del centravanti del Sassuolo, anche a mezzo servizio, avrebbe fatto decisamente comodo. Si è dimenticato di Zaniolo, scostante certo, ma l’unico in grado di alzare il tasso tecnico e l’imprevedibilità dell’attacco azzurro, specialmente con un Immobile e un Insigne praticamente impalpabili. Si è fidato di più degli uomini che della loro condizione fisica (Barella è l’ombra del motorino che abbiamo conosciuto nell’Inter di Conte, Jorginho a Palermo sembrava uno zombie) e in questo, decisamente, ha sbagliato. Ma Mancini non è l’unico responsabile di questo fallimento sportivo. Il fatto è che ci siamo accorti della Nazionale solo a tre giorni dallo spareggio mondiale, presi a commentare senza sosta le imprese del Milan di Pioli, la remuntada della Juventus, i rinnovi di Brozovic, il niet di Dybala, i gol di Abraham e Osimhen. Con la Federazione costretta a far la voce grossa coi club che tengono in ostaggio la Lega di serie A per elemosinare una sosta del campionato e consentire al Ct di avere a disposizione per più giorni i convocati. Un problema, quello dello scontro fra Figc e Lega, i cui strascichi hanno pesato anche sulla gestione di questo particolare momento del clan azzurro. Gli azzurri valgono decisamente meno dei top club della A. Lo sfogo del ct dell’Under 21 Nicolato è profondamente vero e non può restare inascoltato. In Italia non crescono più talenti, o quantomeno non si crede più in loro. Il selezionatore è costretto a pescare ragazzi in serie C per la maglia azzurra perché nel massimo campionato i nostri giovani non hanno spazio, o se lo hanno, giocano pochissimi minuti. Siamo la maglia nera europea, in questo. L’Under 21 non è più il serbatoio della Nazionale maggiore. E ciò succede ormai da anni. Non è un problema di giocatori, ma una questione di programmazione, progetti, valorizzazione dei centri tecnici federali. Perché ribaltando il motto di D’Azeglio, parlando di Nazionale, verrebbe da dire: fatti gli italiani, ora bisogna fare l’Italia. O, quantomeno, rifarla.

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