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Sono già passati i quindici minuti di celebrità del curling

Andrea Di Consoli
Sono già passati i quindici minuti di celebrità del curling

Una disciplina così cerebrale, raffinata e sottile è di nuovo il passato nella nostra società fatta di ipercomunicazione

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Ha fatto piacere a tutti assistere alla vittoria di Stefania Constantini e Amos Mosaner nella gara di doppio misto di curling alle Olimpiadi di Pechino. Non solo per patriottismo, ma anche per intima solidarietà verso uno sport che mai prima aveva avuto un simile successo mediatico. Trovo il curling di grande fascino, perché è uno sport raffinato e sottile, delicato e cerebrale. La sua più grande difficoltà è mettere in connessione spazio, energia, gesto e calcolo geometrico.

Il curling richiede ragionamento, controllo delle emozioni e della forza, e precisione millimetrica. E tuttavia sono poco meno di 400 gli italiani che praticano questo sport. E sono milioni gli italiani che non sapevano nulla, prima di questo trionfo, del curling, che in passato veniva tramesso al massimo a notte fonda sulle reti Rai. Grazie alla vittoria di Constantini e Mosaner il curling ha ottenuto i suoi “15 minuti di celebrità”, per citare la celebre profezia di Andy Warhol, divenendo almeno per un giorno l’alimento principale dell’insaziabile stomaco social. Il sistema mediatico-social ha continuamente bisogno di cibo fresco, e ogni giorno esce fuori un argomento – siamo passati senza soluzione di continuità dalla vicenda del piccolo Rayan caduto in un pozzo in Marocco alle elezioni del Presidente della Repubblica al Festival di Sanremo – che riesce ad appassionare la maggioranza degli italiani. Oggi è toccato al curling e alla vittoria dei nostri campioni. Domani, chissà.

La verità è che il mondo è sempre più annoiato. Con l’affermarsi della digitalizzazione delle abitudini si trascorrono sempre più ore cercando “emozioni nuove” sui cellulari. Ormai un pezzo importante delle nostre giornate passa “scrollando” compulsivamente siti e social network. L’ordinario ci appare banale, la realtà circostante grigia, la vita reale angusta.

Anche dialogare con qualcuno virtualmente ci appaga più di incontrarlo di persona.

Ecco dunque che in questa ricerca annoiata di qualcosa di suggestivo all’improvviso ci infiammiamo per una novità e, per “15 minuti”, la nostra apatia si rianima, e il vuoto sembra riempirsi. Ma poi, terminata questa piccola euforia, torna di nuovo la noia, e questa noia non fa altro che alimentare un circuito di offerte emotive sempre più avanzate e sempre più bizzarre. Ovviamente questa iper-comunicazione è anche un’opportunità per le tante cose belle che si fanno e che un tempo non avrebbero avuto l’onore della notiziabilità. Ma la sensazione d’insieme che si ricava è di un mondo che tutto divora e tutto dimentica. Anche il curling, di cui ora tutti parlano con nevrotico entusiasmo.

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