Gioco
I 50 anni di Bettarini. «Calcio, vip e tv: la mia vita una corsa ad ostacoli»
Oltre 300 partite tra A e B e un debutto in nazionale a 32 anni, prima di rinunciare a 750mila euro di contratto con il Parma e passare in tv ai reality show
Gli esami non finiscono mai. Parafrasando una commedia di Eduardo De Filippo la vita per Stefano Bettarini, che oggi compie 50 anni festeggiandoli con la sua compagna alle Maldive, è stata sempre una corsa a ostacoli. Proprio come quelli che, da ragazzino, affrontava superandoli e imponendosi a livello toscano nei 110 di atletica leggera. Nessuno gli ha mai regalato niente: dapprima il babbo ex portiere, poi i dirigenti, gli allenatori, i giornalisti e la giustizia sportiva. E non è andata meglio quando ha cambiato campo passando allo spettacolo. Oltre 300 partite tra A e B e un debutto in nazionale a 32 anni (Italia-Repubblica Ceca 2-2) prima di rinunciare a 750mila euro di contratto con il Parma e passare in tv ai reality show.
Calcio già in culla con un babbo ex portiere nelle giovanili della Roma a fine anni Sessanta.
«Si sbaglia. Sino a 13 anni ho fatto tutto tranne giocare a pallone: nuoto, basket, ciclismo, atletica leggera dove a 11 anni sono stato campione toscano sui 110 ostacoli. Il pallone è venuto per caso in un torneo di calcio a sette all’Alberello vicino Siena. Mancava il settimo giocatore e un amico mi supplicò di venire a giocare indossando la maglia del “Valli” squadra della contrada Valdimontone. Figuriamoci, mi giravano a mille perché sono del Nicchio rivale storica. Andai senza aver mai giocato prima. Calciavo fortissimo di punta e mi improvvisavo portiere volante. Segnai tanti gol su punizione e da lì partì tutto. A 14 anni nello Staggia Senese, a 16 gli Allievi con l’Arezzo aggregato alla prima squadra in B. Poi la decisione se andare al Milan o all’Inter o al Milan. Giocavo terzino sinistro e avevo davanti gente come Maldini da una parte e Brehme dall’altra, mica due qualunque. Scelsi i nerazzurri perché i giovani dormivano al pensionato vicino a Porta Genova e potevamo uscire per fare due passi in centro. Non mi attirava la vita da caserma di Milanello».
Chissà come sarà stato contento suo babbo.
«Per niente. Lui aveva dovuto interrompere l’attività per colpa del padre laureato e che dopo una bocciatura lo mandò dai nonni a Buonconvento (Siena) affinché proseguisse gli studi stando lontano dal grande calcio. Babbo Mauro a un certo punto piombò a Milano a parlare con Giampiero Marini, mio allenatore alla Primavera. “Ce lo vede questo ragazzo a fare il calciatore?”. L’ex campione del Mondo fu esplicito: “Sì, se non gli stiamo troppo addosso”. Mio babbo si tranquillizzò e mi lasciò nel calcio. Ma sa cosa mi disse il sabato antecedente al mio debutto in serie A con il Cagliari quando gli feci notare che non ero così scarso come si ostinava a dirmi? “Difficile non è arrivare, difficile è rimanere”. Lo mandai al diavolo».
Chi sono stati i suoi maestri e chi gli avversari più difficile da marcare.
«Tra gli allenatori educatori metto Mazzone e Trapattoni, che mi ha fatto debuttare in nazionale, mentre Novellino e Prandelli mi hanno migliorato anche sul piano tecnico. I duelli più entusiasmanti li ricordo contro Cafù e Di Livio».
Soltanto una presenza in maglia azzurra..
«Avevo davanti gente come Maldini e Zambrotta e ai miei tempi dove fare due stagioni da fenomeno per meritarti la Nazionale. Fossi nato ora avrei giocato almeno 20 partite con l’Italia e avrei guadagnato quattro volte di più».
Perché ha smesso a 33 anni ancora integro?
«Ero saturo e deluso dall’ambiente. Avevo il rigetto dopo la squalifica presa ai tempi della Samp. Un ex compagno era finito in un giro di scommesse e venne intercettato. Durante una conversazione per una partita che doveva finire in parità uscì la frase “Il Bello ci fa girare le palle” riferito a me che non ne volevo sapere. Venni incriminato per omessa denuncia. Avrei dovuto andare alla procura federale. Non sono uno spione e non mi piace l’ipocrisia. A fine stagione ci sono decine e decine di partite aggiustate in campo e nessuno alza un dito. L’allenatore? Per carità, sarei durato da Natale a S.Stefano».
Meglio la tv o il pallone?
«Nel calcio qualche personaggio genuino lo trovi ancora, nel mondo della tv ti sorridono davanti e ti deridono alle spalle. L’unica persona seria che ho trovato è stato il mio agente Lucio Presta, lo stesso di Amadeus, un calabrese cocciuto come Bruno Russo, mio compagno di camera per tre anni nella Lucchese, ma depositario di valori autentici. Tornerò sullo schermo solo quando mi offriranno una cosa che riterrò adatta per me».
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