Favalli, campione silenzioso con 16 titoli conquistati e quasi 500 gare in serie A
LUCA TRONCHETTI
Un campione silenzioso. Serio, affidabile, infaticabile. Con 486 partite nei 20 anni di serie A (al ventesimo posto nella classifica all time davanti a fuoriclasse come Del Piero, Facchetti, Baresi e Causio) e 16 trofei vinti: due scudetti (Lazio 2000, Inter 2006), cinque Coppa Italia (Lazio 1998, 2000, 2004; Inter 2005 e 2006), una Champions League e una coppa del mondo per club (Milan 2007) e ancora una Coppa delle Coppe (Lazio), due Supercoppa Uefa (Lazio e Milan), tre supercoppe italiane (due con la Lazio e una con l’Inter) e il trionfo europeo nell’under 21 azzurra del 1992. Una bacheca vivente a cui piaceva più parlare con i fatti che rilasciare interviste. Soffriva più i media che avversari e tifosi. Forse a causa di quella fastidiosa balbuzie che finiva per accentuare la sua originaria timidezza e lo rendeva vulnerabile più davanti a microfoni e taccuini che ai tanti fuoriclasse affrontati tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Per un decennio il terzino sinistro di Villachiara, a pochi chilometri da Orzinuovi il comune bresciano che ha dato i natale a Cesare Prandelli, è stato inserito nel giro della nazionale. Ma in maglia azzurra ha disputato soltanto otto partite: «Davanti a me avevo un certo Paolo Maldini. – racconta Favalli che oggi festeggia i 50 anni in montagna con la moglie Lisa – Un professionista esemplare e un grande uomo. È stato un privilegio vederlo allenarsi tutti i giorni con la voglia di migliorarsi anche a 40 anni».
Figlio di Giacomo, operatore ecologico, e Luigia, bidella in un istituto scolastico, cresce con il fratello Geo, più grande di due anni, e suo unico idolo. Inizia a 10 anni nel Jolly Orzinuovi, nel 1985 va al Pro Palazzolo e poi tutta la trafila con la Cremonese come terzino o libero: «Ho iniziato lì a vincere. Due promozioni in A in un ambiente familiare con il presidente Luzzara un vero babbo per noi». Poi l’approdo alla Lazio con i compagni di squadra Bonomi e Marcolin: «Il passaggio dalla provincia alla metropoli senza di loro sarebbe stato duro. Ho avuto la fortuna di essere allenato da Zoff che ha capito il mio carattere e mi ha aiutato a superare le difficoltà. Ma anche dagli altri tecnici ho imparato tanto: dal simpaticissimo Zeman i movimenti senza palla e il coraggio di attaccare sempre, da Eriksson, educato ma per niente tenero, la feroce determinazione. Ma alla fine credo sia stato Sacchi l’allenatore che ha cambiato il calcio in Italia». Il suo rapporto con i tifosi laziali, specie nei primi anni, non è stato semplice. «Non amavo andare in giro per i locali e alle loro feste. Preferivo restare a casa e dilettarmi con i puzzle o ascoltando musica italiana». Eppure «Il Cardinale» – soprannome affibbiatogli dai compagni di squadra – per una volta è andato sopra le righe tingendosi i capelli di biondo platino: «Una scommessa fatta con Mancini, Nesta e gli altri compagni all’inizio della stagione 1999-2000 in caso di vittoria del tricolore. Così, raggiunto l’obiettivo, nella finale di Coppa Italia contro l’Inter stupii tutti con quella capigliatura». Oggi il terzino volante non copre più la fascia sinistra a cento all’ora: «Mi sono appassionato di Harley Davidson e in sella alla moto percorro migliaia di chilometri godendomi le bellezze della natura».
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