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Il superuomo che ci dà la forza di combattere

Michele Gambino*
Il superuomo che ci dà la forza di combattere

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Un giorno, quando racconteremo ai nostri nipotini la storia del superuomo che viveva sulla terra, e non al cinema, probabilmente non ci crederanno. E invece Alex Zanardi esiste, e da qualche giorno è a casa sua, a Noventa. Dicono che faccia ok con le dita; dicono che se glielo chiedi ti stringa la mano; dicono addirittura che sorrida, con quel sorriso che la perdita di due gambe aveva reso forse più dolce e consapevole, sicuramente irresistibile.

La sua vita, la sua lotta per la vita, si ammanta di leggenda, come accade agli eroi.

I medici non sanno dire fin dove si spingerà il recupero. È problematico dirlo di qualunque uomo, perché ogni organismo risponde alle cure a modo suo. Figuriamoci chi può prevedere cosa s’inventerà Alex, che agli amici diceva sempre: «Quando sei in gara e pensi di non farcela più, perché hai dato proprio tutto, resisti ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri mollano».

Zanna, così lo chiamano gli amici, è l’unico uomo al mondo che da una sedia a rotelle non susciti un solo briciolo di commiserazione, solo ammirazione e anche una punta d’invidia. Me lo ricordo nei corridoi della Rai, tagliare veloce gli angoli con la sua carrozzina e dispensare saluti e strette di mano. Se è vero che tutti abbiamo un peso da sopportare, e a volte sentiamo d’esserne schiacciati, la sua sola esistenza rendeva il nostro più leggero e accettabile.

La prima tragedia gli aveva tolto le gambe e regalato una seconda vita: campione inarrivabile di handbike, conduttore televisivo ricco di fascino e garbo, animatore di iniziative benefiche, esempio vivente di forza.

Ma la forza senza intelligenza rovina sotto il suo stesso peso, scriveva Orazio nelle Odi, e l’intelligenza di Alex la percepiva chiunque lo incontrasse, nello sguardo azzurro mai dormiente, nel viso appuntito da faina, nei modi gentili, perché anche la gentilezza è intelligenza.

Il secondo incidente aveva commosso tutti, ma alzi la mano chi sotto sotto non ha pensato che irridere la propria disgrazia, andare oltre i limiti dell’umano, vuol dire sfidare gli dei, che sono vendicativi. Chi non ha pensato, anche solo per un attimo, e vergognandosene subito dopo, che in fondo se la fosse andata a cercare.

Capita che la grandezza di un uomo spinga molti altri a cercare rifugio in pensieri mediocri, per non essere costretti a misurarsi con essa. Senza dubbio la favola bella di Alex Zanardi sembrava finita per sempre in quella strada in discesa, al momento dell’impatto con un camion messo lì da qualche dio invidioso.

Il fisico di Alex aveva reagito bene alle cure dei primi mesi, poi un’infezione aveva aggravato il quadro clinico, e sembrava voler segnare l’inizio della fine; un altro avrebbe ceduto, ma lui è Alex Zanardi, l’uomo dei cinque secondi in più.

Nel più bel film mai scritto sul tema della speranza, “Le ali della libertà”, Morgan Freeman, parlando del suo amico fuggito dal carcere di Shawshank attraverso le fogne dice: «Andy Dusfrene, che attraversò un fiume di merda e ne uscì pulito e profumato». Il giorno in cui torneremo a vedere il sorriso di Alex diremo la stessa cosa. Non vediamo l’ora.

 

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