Sicurezza
Il segreto dell’Empoli è nel settore giovanile. Al resto ci pensa “nonno” Andreazzoli
Il settimo posto è il risultato di lavoro e programmazione. Tanti giovani in rampa di lancio grazie all’opera del mister
empoli. L’Empoli è sicuramente la sorpresa più grande di questa stagione di Serie A, a due partite dalla fine del girone d’andata. Le tante vittorie di prestigio, come quella contro il Napoli di domenica sera, con la Juventus a inizio stagione o nel derby, in rimonta, contro la Fiorentina, sono la ciliegina sulla torta di una squadra che si sta esprimendo a livelli di assoluto pregio.
Ma come è riuscita una formazione che a inizio stagione sperava di salvarsi in tranquillità a diventare l’attuale settima forza del campionato? La risposta è da trovare in più aspetti.
Un primo fattore è la programmazione sistematica che è da sempre un marchio di fabbrica dell’Empoli. Come in ogni azienda che si rispetti il lavoro di una singola stagione è incastonato all’interno di un progetto di lungo periodo.
Mentalità che il presidente Corsi ben conosce, trovando un prezioso alleato nel direttore sportivo Accardi. I risultati sono ben visibili sotto gli occhi di tutti: prima di questo inizio di stagione fenomenale è arrivata infatti la vittoria dello Scudetto della formazione Primavera, da cui provengono tanti dei protagonisti della attuale prima squadra.
Diventa naturale allora nominare alcuni dei talenti che l’Empoli ha prodotto negli ultimi anni. Difensori come Mattia Viti e centrocampisti come Samuele Ricci sono solo i più recenti prodotti del vivaio azzurro, calciatori dal futuro radioso. Non è un caso che questa società sia capace di plasmare così tanti giocatori di qualità: c’è bisogno dell’ambiente giusto, ma sono le persone che compongono il sistema ad avere l’importanza principale, a creare quell’ecosistema salubre per ragazzi dai piedi buoni che a Empoli diventano calciatori e uomini di qualità.
A proposito di uomini, quest’anno ce n’è uno che fa la differenza. Si tratta dell’allenatore, Aurelio Andreazzoli. Ha 68 anni, è il più anziano tecnico di tutta la categoria. A inizio stagione gli davano del nonno, per rimarcare come fosse difficile che a quell’età un allenatore potesse fare la differenza. I modi pacati, le metafore e il suo sguardo riflessivo hanno tratto in inganno tutti. Lui è stato capace di compattare ancora di più lo spogliatoio, donando la necessaria tranquillità di potersi esprimere senza paura a quei ragazzi che potrebbero essere suoi nipoti, ma allo stesso tempo infondendo quella coscienza nelle proprie capacità e quell’ottimismo sfrenato che li fa rendere oltre le aspettative. Bilancia le loro energie giovanili con l’esperienza, nei momenti peggiori quando riesce a risollevarli così come ora ne tiene a freno i sogni di gloria, riportandoli nella realtà di provincia dove si trovano: «Non amo molto festeggiare, anche se gioisco nel sentire lo spogliatoio in festa. Siamo riusciti a creare un gruppo importante di titolari e tutti sono improntati nel dare sostegno anche quando non sono utilizzati. Lavoro per questo aspetto. Dobbiamo però stare cauti con gli obiettivi o pensare di essere già salvi. Abbiamo visto squadre crollare nelle altre stagioni», ha dichiarato il mister ieri in un’intervista in radio.
L’ultimo dei tanti plausi, allora, va dato a tutto il gruppo di giocatori. Che si esprime come un elemento unico. Lotta, gioisce e perde insieme, importa poco quali undici siano sul campo e quali in panchina. L’Empoli incarna il vero e proprio senso di gioco di squadra: una dimostrazione di come, nel calcio come nella vita, il tutto è più della somma dei singoli, quando questi spingono compatti verso un obiettivo comune. In questo caso è la salvezza in Serie A, ma con queste premesse chi lo sa come potrebbe finire la stagione.
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