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IL RITRATTO DEL VINCITORE 

Il ragazzo veloce e terribile è un altro figlio d’arte. «Chiamatemi Mad Max»

Il ragazzo veloce e terribile è un altro figlio d’arte. «Chiamatemi Mad Max»

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Non è il primo e non sarà l’ultimo a seguire le orme paterne nel mondo delle corse. In alcuni casi sono sfide coraggiose, al limite dell’incoscienza. Max Verstappen, giovane e impetuoso campione del mondo, l’olandese volante, ha avuto il compito più facile. Il padre Jos, pilota di Formula 1 negli anni ’90, è sempre stato nelle seconde linee, senza mai brillare. Un po’ perché correva con team non competitivi – Benetton, Simtek, Footwark, Tyrrel, Stewart, Arrows e Minardi – un po’ perché conviveva con fuoriclasse come Michael Schumacher. Più difficile il cammino per Jacques Villeneuve che si misurava con uno dei campioni più amati dai ferraristi, il padre Gilles, e riuscì a vincere il mondiale con la Williams.

O Damon Hill, figlio del grande Graham, che eguagliò i successi paterni sempre sulla Williams. Per non parlare di Mick Schumacher, un temerario che arriva dopo una leggenda: il padre Michael. Ma torniamo a Verstappen.

Già il soprannome Mad Max dice molto. O tutto o niente è sempre stata la sua filosofia. Freddo, imperscrutabile per temperamento, a tratti irascibile, ma dotato di un talento superiore alla media messo al servizio di una tecnica da fuoriclasse, Max Verstappen nonostante l’aria da ragazzo è già un veterano al quale si possono dedicare pagine di storia.

Nato in Belgio 24 anni fa, Max è di nazionalità olandese, quella di papà Jos. Al genitore, anche ieri a bordo pista, lo lega un rapporto complesso, basato su una rigida educazione, appena mitigata da mamma Sophie Kumpen, a sua volta pilota di kart, nata in una famiglia di corridori professionisti. Poteva fare altro nella vita Max, se non mettersi al volante di un bolide a quattro ruote? L’inizio della carriera di Mad Max (il soprannome testimonia lo stile aggressivo) è precocissimo. Comincia a gareggiare sui kart a otto anni nei campionati belgi e olandesi. E vince da subito, bruciando le tappe. Sale sulle monoposto di Formula 3, nel 2014. Partecipa al campionato europeo Fia con il team Van Amersfoort racing. Terzo a fine anno, con dieci vittorie, sei consecutive. Lo nota Helmut Marko, consulente della scuderia Red Bull e del suo proprietario, il miliardario austriaco Dietrich Mateschitz, che lo chiama nello Junior team e poi lo vuole nel team satellite Toro Rosso.

Il 3 ottobre 2014, a 17 anni e 3 giorni, esordisce nelle prove libere del Gp di Giappone. Il talento è indubbio, resta qualche dubbio sull’età. È facile bruciarsi arrivando così presto tanto in alto. Marko però vede in lui la fredezza del campione e nel 2015 lo fa debuttare. Non ancora diciottenne, Max ottiene due quarti posti, in Ungheria e Usa.

E stabilisce due record: in Australia è il più giovane di sempre a esordire in F1 e in Malesia il più precoce nel raccogliere punti. Di lui impressionano velocità, temerarietà al limite dell’incoscienza, dedizione al lavoro. I contatti in pista sono frequenti e i rapporti con i colleghi tesi. Ma a Verstappen non importa di essere considerato un pericolo pubblico: «Abituatevi, ognuno ha il proprio stile. Questo è il mio». E non si lascia intimidire. A un’icona come Niki Lauda che, dopo un duello a 300 orari con la Ferrari di Raikkonen, gli consiglia di rivolgersi a uno psichiatra, risponde: «Mi ci dovrebbe accompagnare...». Ma c’è anche chi in quel ragazzo spavaldo rivede il talento più limpido dai tempi di Ayrton Senna. Un altro legame con il Brasile gli viene dalla fidanzata Kelly Piquet, figlia di Nelson, tre volte campione del mondo di F1.

Il primo anno è eccellente e nel 2016, a stagione iniziata, viene promosso alla Red Bull. Sale sulla nuova monoposto in Catalogna e domenica 15 maggio ottiene un altro primato: a 18 anni, 7 mesi e 15 giorni diventa il più giovane pilota vincitore di un Gran premio nella storia della F1.

I successi diventano due nel 2017 e 2018, tre nel 2019, ancora due nel 2020. L’avversario da battere è sempre Hamilton. Missione compiuta nel 2021. Ieri. All’ultimo giro, in un Gp da pazzi.

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