Più che pallone d'oro un pallone di cartone sempre meno credibile / Il commento
Più che Pallone d’oro, da alcuni anni, il prestigioso trofeo istituito nel 1956 dalla rivista sportiva francese France Football sembra un Pallone di cartone. Si è insomma svuotato di quello spirito originario per cui era nato quando, soprattutto nei primi vent’anni di vita, il predominio delle grandi potenze calcistiche (Spagna, Inghilterra, Francia) era messo in discussione da talenti che crescevano all’ombra dell’Impero (pensate a Josef Masopust del Dukla Praga che lo vinse nel ’62 o Florian Albert del Ferencvaros che se lo aggiudicò cinque anni dopo).
Oggi se domandi ad un ventenne, ma non solo, chi erano Masopust o Albert, peraltro l’unico magiaro ad aggiudicarsi il trofeo, ti imbatti in due occhi sgranati neanche si trattasse di un compito di algebra. L’ingresso della Fifa nell’organizzazione del premio, poi, non ha certo contribuito a ripristinare quello spirito originario che era nel dna di Gabriel Hanot, da tutti riconosciuto come l’inventore del “ballon d’or”. Tanto che France Football, dal 2016, è tornata ai santi vecchi riportando nelle mani (e nella testa) della stampa sportiva internazionale, la valutazione dei talenti calcistici. Tuttavia il premio, a dispetto dei buoni propositi, è rimasto appannaggio dei grandi club e dei calciatori sempre più in mano ai super sponsor e ai procuratori Re Mida.
Ecco perché non deve stupire più di tanto che l’edizione 2021 abbia premiato, per la settima volta, Lionel Messi, la “Pulce”, il signore indiscusso (con CR7) degli ultimi 15 anni del calcio mondiale. “Mas que un jugador”, tanto per parafrasare lo slogan che ha accompagnato ed accompagna la storia del club più prestigioso del globo, il Barca. Però se è vero che tra i criteri fondamentali per l’assegnazione del premio ci sono i risultati raggiunti con la nazionale e con il club, nel 2021 Messi ha vinto si la Coppa America con l’Argentina, ma con gli azulgrana non è arrivato neppure ai quarti. Jorginho, tanto per fare un nome diverso da Lewandowski – da tutti riconosciuto come il ”vincitore morale” del Pallone d’oro – ha vinto la Champions League col Chelsea ed ha vinto gli Europei con gli Azzurri di Mancini.
Eppure è arrivato terzo. Sia chiaro, qui non è in discussione il cristallino talento dell’attaccante di Rosario, ma l’oggettivo riscontro che, se esistono parametri precisi di valutazione, questo non era l’anno del Pallone alla Pulce, guarda caso (per essere maligni) approdato da pochi mesi all’ombra della Tour Effeil col Psg. E allora se oggi ci lamentiamo di Jorginho solo terzo (ma cosa avrebbe dovuto dire gente come Xavi, Pirlo o Iniesta...), perché non ripensare ad una formula che possa essere il più possibile svincolata da vecchie logiche e consumati giochi di potere?
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