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Galeazzi, quell’urlo rauco che fece storia: «Non vi prendono più, fratelli»

Giorgio Billeri
Giampiero Galeazzi
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Giampiero Galeazzi

Il cappello da cowboy, le osterie, lo sketch con Maradona, la mitica telecronaca a Seul. La vita a 100 all’ora di Bisteccone

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Quel cappello da cacciatore di coccodrilli, nella paludatissima Rai dei primi anni ’80, fu come la prima minigonna: criticatissimo e poi imitatissimo. Nessuno aveva mai visto un giornalista farsi notizia. Il suo nome era Giampiero Galeazzi.

Quel cappello da cacciatore di coccodrilli, nella paludatissima Rai dei primi anni Ottanta, fu come la prima minigonna: criticatissimo e poi imitatissimo. Nessuno aveva mai visto un giornalista farsi notizia, un narratore farsi storia: almeno prima che un ragazzone romano, occhi furbi e sorriso largo, spuntasse in mezzo ai doppiopetti e ai racconti ingessati. Il suo nome era Giampiero Galeazzi.

IL VENTO NUOVO

Ricordate? C’era Alfredo Pigna, impeccabile Lord Brummel napoletano, capello phonato e voce confidenziale alla Alberto Lupo, che conduceva la Domenica Sportiva con aplomb britannico. C’era Adriano De Zan, la mitraglia della bici che poteva snocciolare tutti i nomi del gruppo all’arrivo di una tappa per velocisti, inquadrato sempre con un blazer blu dai bottoni d’oro. C’erano i giacca e cravatta di Beppe Barletti, Gianni Vasino, Marcello Giannini. Unica voce fuori dal coro Beppe Viola, talmente superiore che gli si perdonava anche il loden stazzonato e le occhiaie da tressette fino allo spuntar del giorno. C’erano le voci precise di Nando Martellini ed Enrico Ameri, insomma il racconto dello sport era questo: sommesso, sottovoce, presente a se stesso, mai un’ottava sopra. E poi arrivò lui. Che era ancora Giampiero, e non ancora Bisteccone. Alto, biondo, muscoloso prodotto di una certa Roma, che al calcio preferiva il tennis e il canottaggio, sport di alta scala sociale, dei circoli lungo il Tevere e di quello che chiamavano il ”generone”. Ovvero, la Roma che stava bene, spendeva i suoi soldi senza farsi troppe domande. Giampiero vogava, e bene. Vinceva tanto, volando sulle bionde acque di un Tevere non ancora ridotto a cloaca. E si godeva la vita, com’è giusto fare a venti-trent’anni. Ma Giampiero, non ancora Bisteccone, era uno che lo sport lo vedeva dall’interno e che lo sapeva raccontare proprio bene. Ne capiva i palpiti, le ansie, le altezze e le bassezze, le virtù e le cattiverie. Sapeva come pochi quando un equipaggio deve alzare i colpi o quando conviene tentare la smorzata con l’avversario fermo a fondocampo. Entrò in Rai quando ancora flirtava con il remo: fu subito inviato alle Olimpiadi di Monaco 1972, quelle dell’attentato terroristico. Poi si mise nell’ombra di un altro lord prestato al racconto giornalistico, Guido Oddo, e divenne poi titolare del tennis.

A BORDO CAMPO

Ma non bastava. Non poteva bastare. Perché il muscoloso Giampiero nel frattempo, a forza di girar osterie, era diventato l’abbondante, ridanciano, irresistibile Bisteccone. Un Beppe Viola con sottotitoli in romanesco. E meritava di più. La svolta arrivò all’inizio degli anni Ottanta quando spuntò quel cappello da cercatore di coccodrilli. La serie A era diventata il campionato più bello del mondo, qui erano arrivati davvero tutti i mammasantissima della sfera di cuoio: e chi meglio di lui poteva dare la caccia ai dioscuri del football tra il primo e il secondo tempo e a fine partita, direttamente sul prato verde? Oggi sembra fantascienza, oggi che le sale stampa sembrano congressi del Minculpop, ma allora Bisteccone diventava l’evento, la notizia.

DA FALCAO A DIEGO

Falcao, euclideo idolo della Capitale giallorossa, si fermava volentieri, sudato e acciaccato, blandito dalle domande mai banali di Galeazzi. E così Conti, Pruzzo, Ancelotti, Cerezo. Siparietti che hanno scritto la storia del racconto calcistico: quelli con Maradona, evidentemente divertito da quel corpulento incursore da spogliatoio. Il Pibe, a scudetto vinto, organizzò la trappola delle trappole: il bagno di champagne sulla camicia immacolata del povero Giampiero, bagnato e sorridente. E poi la cena a casa dell’avvocato Agnelli, che mangiava pochissimo e lui, Galeazzi, a chiedere con gli occhi una mano all’inflessibile cameriere. E poi, ca va san dire, il capolavoro: l’oro degli Abbagnale a Seul 1988. Momento iconico del giornalismo sportivo. Quella voce che parte calma, poi si fa concitata, poi strozzata, un rantolo di gioia, l’urlo. «Non vi prendono più, fratelloni»: in quanti avrebbero goduto, capito, rivisto, assaporato quell’impresa senza di lui?

IL DECLINO

Gli anni che passano, il diabete, la fatica a raccontare come una volta. Sic transit gloria mundi, Bisteccone: furono ancora partite, ancora Olimpiadi, ancora Mondiali ma con l’impressione di una stella coperta da troppe nuvole. Domenica In, le comparsate con Mara Venier, il narratore che diventa personaggio, ma non lo stesso. Qualche foto impietosa, data in pasto all’arena dei social. Quel sorriso sempre più flebile, e alla fine l’oblìo. Bisteccone senza la Rai, la Rai senza Bisteccone che torna in giacca e cravatta, di nuovo paludata. Intanto Giampiero, per sempre nostro, se ne va. Là dove, come i fratelloni, non lo prenderanno più.

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