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L'ultima gara in Italia di Valentino Rossi, frecce tricolori e tifosi in delirio

Paolo Boldrini
Valentino Rossi circondato dai fotografi saluta il pubblico dopo la fine del Gran Premio di Misano
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Valentino Rossi circondato dai fotografi saluta il pubblico dopo la fine del Gran Premio di Misano

Quando The Doctor mette in moto la Yamaha davanti al box, ai meccanici vengono i brividi. L’emozione è alle stelle, il cuore nel petto batte forte come i pistoni ingabbiati dentro i cilindri, tanto forte che vorrebbero uscire. Poi il lancio del casco e la battuta: «Bello, salto gli ultimi Gp» 

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Quando Valentino Rossi mette in moto la Yamaha davanti al box, ai meccanici vengono i brividi. L’emozione è alle stelle, il cuore nel petto batte forte come i pistoni ingabbiati dentro i cilindri, tanto forte che vorrebbero uscire. Fuori c’è il mondo di Vale, VR46, Il dottore, il genio di Tavullia. Ed eccolo mentre si sistema il casco e la tuta secondo un rituale che prevede anche qualche minuto di raccoglimento chinato davanti alla moto. Sì, perché i campioni non sono tutti uguali. Pensate alla Formula 1, un mondo con due ruote in più. E provate a ricordare la storia recente della Ferrari. Malgrado abbia vinto un campionato del mondo, quanti tifosi ha Kimi Raikkonen, quanti club nei cinque continenti portano il suo nome? Pochi, o forse nessuno. I ferraristi incalliti, invece, si commuovono ancora solo a citare Gilles Villeneuve che in fondo ha vinto solo sei Gran premi, ma è come li ha vinti o persi che fa la differenza.

Valentino Rossi, il migliore, ha saputo coniugare varie anime in una: maniacale nella messa a punto, velocissimo, simpatico e burlone quando serve, riservato nella vita privata. Un cocktail vincente. Il motore intanto si scalda, i teleobiettivi dei fotografi sono tutti per lui. “Vai Vale, vai” sussurrano i meccanici e fuori esplode l’onda gialla. Perché Misano è quel che è stata Imola per Villeneuve, qui il numero 46 è un simbolo di velocità. La sua Tavullia è a pochi chilometri, nelle Marche per la geografia ma in Romagna per la passione degli abitanti per qualsiasi tipo di motore a scoppio. Nel giro di ricognizione le tribune esplodono, le curve si scaldano. Distese di cappellini gialli a perdita d’occhio, striscioni con la scritta “Grazie Vale”, fuochi d’artificio, il passaggio delle Frecce tricolori mentre risuona nell’aria l’Inno di Mameli.

Mai visto uno spettacolo del genere prima d’ora. Non ci sarà un altro Gran premio in cui il vincitore passa in secondo piano, il secondo e il terzo pure. Qui non conta l’ordine d’arrivo, ma la festa della tribù gialla che in altri tempi ballava al ritmo di sorpassi mozzafiato, di staccate da infarto e che non ha mai tradito il suo idolo anche sul viale del tramonto. In un giro scorre nella mente una vita, i go-kart, le minimoto, le sgasate con l’Apecar truccata, i baci al cupolino e le parole sussurrate alla M1 dopo la prima vittoria, la compagnia che è sempre la stessa a partire da quell’amicone di Uccio. A scuola, ricorda la maestra, erano intelligenti ma studiavano poco. Avevano altro per la testa. Circostanza confermata anche dal vecchio parroco del paese. Ma tra le tante definizioni di Valentino Rossi, forse una delle più calzanti è di Kevin Schwantz: «Un giorno ha dichiarato che sono il suo idolo, un’affermazione che mi ha fatto molto piacere, soprattutto perché mi accorgo che lui, proprio come facevo io, quand’è in pista si diverte. E sono sicuro che un domani, quando deciderà di scendere dalla moto, Valentino riuscirà in qualsiasi avventura deciderà di lanciarsi».

È un passo della prefazione del libro “Valentino Rossi, febbre a 46” di Michel Turco e Dino Di Meo. Correva l’anno 2005 e l’autore aveva visto lontano. Corrono i pensieri e la gara va in tandem con il ricordo. Dieci anni fa a Sepang morì Marco Simoncelli, travolto dalla ruota di Colin Edwards e davanti agli occhi di Valentino Rossi. Un amico, anzi un fratello che è stato ricordato piantando una quercia all’interno del circuito. La chioma ricorda i suoi riccioli e crescerà rigogliosa. Ma torniamo alla festa. «È stato lungo e bello, talmente bello che forse alle ultime due non ci vado. Ho fatto una gara decente», le prime parole sotto la tribuna, abbracciato da amici, rivali e dal fratello Luca Marini con la Ducati in livrea gialla in suo onore.

Alla domanda se il motociclismo non sarà più lo stesso senza di lui, Valentino risponde deciso: «Continuate a seguire i piloti italiani, ne vale la pena». Poi il lancio del casco in curva, come fanno i calciatori con il pallone o la maglia. Gran finale il premio ricevuto dalle mani del ministro degli Esteri Luigi Di Maio e della sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali: «Valentino Rossi è un ambasciatore del Made in Italy nel mondo. Ovunque io vada, nella lista di chi mi dice di amare l’Italia c’è sempre lui. Con questo riconoscimento diciamo grazie a un personaggio, non solo protagonista del motorsport, che ha rappresentato il nostro Paese facendo sognare milioni di tifosi, ma che ha anche fatto viaggiare il Made in Italy ad altissima velocità sulle due ruote. È un premio a una carriera fenomenale». Se un appunto si può muovere a Valentino non è di aver avuto qualche guaio con il fisco o aver fatto a sportellate con Marquez, ma di non essersi ritirato prima. Quest’anno, diciamolo, è stato uno strazio per i suoi tifosi e anche per lui. Culminato con l’ultimo posto sulla griglia di ieri, ventitreesimo, mentre al traguardo il decimo è appena sufficiente. Ma ora non c’è spazio per i rimpianti, apri il gas Vale e corri nella storia. E appena puoi racconta ancora il vero significato di quella sigla tricolore sul colletto della tuta: VLF. Viva la Ferrari, forse, che un ragazzo di Tavullia è riuscito a oscurare con la sua classe, colorando il mondo delle corse di giallo e di allegria.

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