Sicurezza
Pericoloso respingerlo a quell’età «Il rischio di sentirsi inadeguati»
Il dottor Mengheri, specializzato nei disturbi di apprendimento di bambini e adolescenti «Personalità non strutturata va privilegiato l’aspetto ludico»
Lauro Mengheri, psicologo clinico psicoterapeuta, perfezionatosi nei disturbi degli apprendimenti scolastici in bambini ed adolescenti, è molto critico verso situazioni in cui i bambini vengono scartati già da piccoli. «Purtroppo casi come quelli di Milano sono meno rari di quanto si pensi, ed anche io mi sono trovato a trattarne di analoghi; tra l’altro il rapporto tra società e famiglie è monodirezionale, in quanto, dopo una certa età, le società non concedono il cartellino ai genitori. Ciò mette in una posizione asimmetrica le famiglie, che hanno responsabilità genitoriale sui propri figli. Situazioni del genere provocano nel bambino una sensazione di inadeguatezza. Servirebbe un ribaltone culturale che riportasse lo sport a puro evento ludico; un tema che riguarda anche le scuole, nelle quali c’è un percorso formativo troppo formale e poco basato sulle emozioni positive. Anche se va detto che la nostra scuola è inclusiva, mentre le scuole calcio stanno andando nella direzione opposta». Una situazione del genere quanto può influire su un bambino? «La personalità ad 8 anni non è ancora strutturata, e proprio per questo le difese sono ancora più basse ed un caso come quello di Milano può generare un sentimento di scarsa accettazione e fortissima inadeguatezza nei confronti dei propri genitori e dei propri amici, fino ad arrivare ad un sentimento depressivo. Di fatto il bambino deve elaborare una sorta di separazione, dai tecnici e dagli amici, che non è semplice da gestire. Una situazione che non è lineare e morale, e fa passare un brutto messaggio, cioè che lo sport già ad 8 anni è altamente professionale e non ludico, il che è assolutamente inammissibile a livello psicologico. Serve una rivoluzione culturale che deve partire dalle alte sfere, coinvolgendo le società ed anche le famiglie, che troppo spesso riversano eccessive aspettative sui propri figli. Occorre un processo di formazione che offra a tutti gli attori - allenatori, dirigenti, società, famiglie – gli strumenti necessari per gestire momenti così difficili.»
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