Il dolore
Calciatore di 8 anni “cacciato” con una mail
La società alla famiglia: «Vostro figlio non rientra nei criteri di ingresso». Il caso in Lombardia, ma non è isolato
Alessandro Guerrieri
«A tale riguardo, ci dispiace dovervi comunicare che vostro figlio non rientra nei criteri di ingresso per la stagione 2021/2022», è questa la frase chiave della mail recapitata ai genitori di un bambino di fatto cacciato da una società calcistica dilettantistica di Milano, la Ssd Franco Scarioni 1925. Il contenuto della mail è stato condiviso sui social dal giornalista sportivo Fabrizio Biasin ed ha scatenato un acceso dibattito. Il bambino ha solo 8 anni, e non ha preso bene la comunicazione, tanto che quando i suoi genitori gli hanno detto che lo avrebbero iscritto ad un’altra società, ha risposto: «No, sennò poi mi mandano via». Parole che testimoniano in modo evidente quanto una decisione del genere possa influire sull’aspetto emotivo di un bambino. E purtroppo non si tratta di un episodio isolato, ma è soltanto l’ultimo di una lunga serie; qualche anno fa i riflettori si accesero su una società di Fognano, una frazione di Parma, colpevole non solo di aver “tagliato” diversi bambini, ma anche di aver tenuto nei confronti dei piccoli atleti atteggiamenti diseducativi ed arroganti. Diversi anni fa il “licenziamento” via mail tocco alcuni ragazzini di una società triestina.
Situazioni, e non sono le sole, che rappresentano la classica spia rossa: nelle nostre scuole calcio c’è qualcosa che non va.
ASPETTO LUDICO
L’assurdo è che i bambini, diciamo fino ai 12-13 anni, hanno il diritto di praticare le discipline sportive come semplice attività motoria per il proprio divertimento, alla stregua di un gioco, e invece, già a quell’età, il loro percorso di crescita formativa, non solo come sportivi ma come bambini prima e adolescenti poi, è turbato da pseudo allenatori e/o dirigenti che anziché preoccuparsi del benessere psico-fisico dei propri iscritti, preferiscono scimmiottare Allegri o Mourinho. A quell’età i bambini devono solo divertirsi, e crescere amando il proprio sport di riferimento, spiegano esperti e psicologi. Soltanto dopo si vedrà se madre natura gli ha fornito il talento per fare carriera. Invece gli allenatori, che dovrebbero essere più degli educatori che dei tecnici, pensano di essere bravi solo se premiati dai risultati. Già, perché oltre ai bambini vergognosamente “tagliati”, ce ne sono ancor più che decidono autonomamente di lasciare l’attività agonistica, proprio perché stressati da coloro che, invece, dovrebbero farli divertire. E magari potevano avere mezzi e capacità per diventare dei veri atleti.
LE CONSEGUENZE
Situazioni che lasciano conseguenze nel percorso di crescita dei bambini; dopo una bocciatura del genere sono tanti quelli che abbandonano l’attività sportiva, vivendo periodi di malessere che talvolta sfociano nella depressione. Lo scorso anno la storia di Jeremy Wisten riempì le pagine dei giornali: scartato, a 17 anni, dalle giovanili del Manchester City entrò nel buio tunnel della depressione, arrivando al suicidio. Una vicenda che dovrebbe essere di insegnamento per quei dirigenti che calpestano l’amor proprio dei tanti bambini iscritti, pagando profumatamente, alle scuole calcio e per gli allenatori che si sentono dei Mourinho in pectore e sfogano su bambini delle elementari le proprie frustrazioni.
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