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I 70 anni di Ranieri: l'incontro con Di Marzio, la clausola al Chelsea e i segreti del suo Leicester. Il signore del calcio si racconta

Luca Tronchetti
Ranieri e Gianni Di Marzio
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Ranieri e Gianni Di Marzio

Ritratto e confessioni di un tecnico che ha percorso 50 anni di calcio con la curiosità e l'entusiasmo di un eterno Peter Pan

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Umile nella vittoria, sereno nella sconfitta. Un autentico Signore che ha percorso 50 anni di calcio con l’entusiasmo e la curiosità di un eterno Peter Pan capace di farsi amare e rispettare in ogni squadra e ad ogni latitudine rimanendo sempre un Normal One in un mondo di Special One e rifuggendo la vanagloria che riconoscimenti (dalla panchina d’oro speciale, al premio Enzo Bearzot sino all’ultimo premio Gentlemen Gigi Simoni del 2020) e onorificenze (Grande ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica concesso dal presidente Sergio Mattarella) in altri suoi colleghi avrebbero potuto alimentare. Oggi The King Claudio Ranieri festeggia i suoi primi 70 anni con la moglie Rossana, il suo staff tecnico con in testa il vice Paolo Benetti compagno di squadra a Catanzaro e il collaboratore Carlo Cornacchia suo giocatore a Cagliari, e l’amico inglese Gary. Un compleanno all’insegna della sobrietà. Perché CR70 è tornato in Inghilterra per portare a termine un’altra “mission impossible”: salvare il neo promosso Watford, squadra della famiglia Pozzo, che naviga in acque agitate nei bassifondi della Premier. «Ho molto lavoro da fare. Ma il calcio è la mia passione: ho allenato in Francia, in Spagna, in Inghilterra e sono felice di affrontare nuove sfide spesso fatte anche in condizioni molto difficili se non proibitive» dice con l’immancabile sorriso il tecnico romano sostenitore del popolare slogan “l’età non conta” di una nota réclame televisiva.

Riavvolgiamo per un attimo il nastro: Roma, 20 ottobre 1951, viene al mondo Claudio Ranieri.

«Nasco nel quartiere di San Saba da babbo Mario e mamma Renata proprietari di una macelleria al Testaccio ultimo di quattro figli dopo due maschi e una femmina. La mia è stata un’infanzia felice. Roma non era quella odierna caotica e disordinata e potevi ancora scorrazzare in bicicletta con gli amici. Il calcio ho iniziato a praticarlo in parrocchia alternandolo alla pallacanestro. Ma nella mia testa c’erano solo la sfera di cuoio e la Roma».

I suoi esordi prima di vestire la maglia giallorossa.

«A sedici anni passai dall’oratorio San Saba a una formazione che si chiamava Dodicesimo Giallorosso. Giocavo centravanti e segnavo tanto che il presidente Magliocchetti mi fece fare un provino con la Roma nel 1969. A vedermi c’era il mago Helenio Herrera che dopo i fasti dell’Inter era stato assunto dal costruttore Alvaro Marchini, l’allora presidente della Roma e padre dell’attrice Simona Marchini. Non avevo ancora diciotto anni e mi aggregarono alla Primavera allenata da Guido Masetti, il portiere del primo tricolore giallorosso. Fu lui a cambiarmi di ruolo: da centrattacco a terzino».

Herrera, Scopigno, Liedholm: tre maestri assoluti di calcio. Ma alla fine per Ranieri non c’è posto nella Roma.

«Tre allenatori che mi hanno insegnato molto. Herrera mi scelse, Scopigno mi fece debuttare in A contro il Genoa guidato in campo da Simoni e Liedholm mi aiutò a capire che per poter giocare con continuità dovevo lasciare la capitale».

Otto anni a Catanzaro: due promozioni, uno spareggio perduto e tante salvezze impossibile in A.

«Catanzaro è casa mia. Quando posso, in estate, ci torno e rivedo i vecchi compagni: da Banelli a Silipo, da Spelta a Braca da Arbitrio a Orazi all’ex portiere Giorgio Pellizzaro che è stato mio secondo e prezioso collaboratore, rinunciando per motivi di salute all’esperienza inglese nel Leicester, che mi segue con grande affetto. D’altronde se dovevo scegliere un’altra squadra dove giocare non poteva che avere i colori giallorossi. A Catanzaro ho segnato il mio primo gol in serie A: 24 aprile 1977, 4-2 contro il Cesena. Segnai di testa su calcio d’angolo. Me la ricordo bene perché di reti ne avrò fatte 5-6 in tutto. Il giocatore più difficile da marcare? Per me che giocavo sulla fascia il Barone, Franco Causio. Mi ubriacava con le sue serpentine. Il giocatore con maggior talento che avrebbe meritato di più? Massimo Palanca: aveva un piedino fatato e metteva la palla dove voleva».

Cinque stagioni, tra Catanzaro e Catania, con Gianni Di Marzio.

«Se sono diventato allenatore lo devo principalmente a lui. In Sicilia mi cambiò ruolo: da terzino a libero al posto dell’infortunato Mastropasqua. Giocare in quella posizione mi è servito non poco. Sei in grado di avere una prospettiva su tutto il campo. Di Marzio ha intravisto per primo le mie qualità e quando il Palermo, la mia ultima squadra, fallì e ci ritrovammo tutti liberi mi spronò a smettere con il calcio giocato e a iniziare un altro capitolo: allenatore. Fu lui a consigliarmi al presidente della Vigor Lamezia in D. Avevo 35 anni. Mi dimisi a dicembre con la squadra prima in classifica e imbattuta. C’era un procuratore vicino al presidente che perorava le scelte su certi calciatori. Figuriamoci...con me gioca chi merita. Dopo Lamezia andai al Campania Puteolana in C1. Iniziai bene, ma non c’era un euro e qualche “intrigo di corte” mi spinse verso l’esonero. Sul finire di campionato venni richiamato, ma ormai eravamo già retrocessi. L’esperienza fu positiva perché durante l’incontro con il Cagliari mi notò il presidente Tonino Orrù e l’anno dopo, viste le difficoltà economiche della società, scelsero me. A Cagliari sono stati tre anni fantastici: dalla C alla A, due promozioni e una salvezza dopo un girone d’andata disastroso. Quella tappa è stata fondamentale per la mia carriera. Senza quella esperienza Ranieri non ci sarebbe stato. Meraviglioso il rapporto con la società, diventata la mia seconda famiglia, tifosi stupendi che mi volevano bene e riempivano il Sant’ Elia».

Napoli e Firenze come l’Alfa e Omega.

«A Napoli ci andai per una stretta di mano con il diesse Giorgio Perinetti. Ero l’allenatore del momento e mi cercavano altri due club prestigiosi. Ma per me la stretta di mano vale più di un contratto. Un anno difficile quello del post Maradona. Puntai su Zola credo di averci azzeccato. Ma al di là dei risultati non ero contento di tante cose. Allora ero giovane e pure meno tollerante.... A Firenze sono stati quattro anni splendidi. Città meravigliosa, tifosi appassionati: ritorno in A, Coppa Italia, Supercoppa italiana. Mi volle Mario Cecchi Gori che mi affidò al figlio Vittorio. Dopo tanti anni la separazione fu inevitabile».

Valencia, Atletico Madrid, Chelsea, Monaco, Nantes, Fulham e prima il trionfo storico con il Leicester. Inizia la storia di Ranieri Globetrotters.

«Ho iniziato ad allenare all’estero senza rendermene conto. Venni contatto dal Valencia e prelevato in 24 ore. La mia voglia di scoprire nuove dimensioni non mi frenò. In principio fu dura: grossi nomi, ma poca coesione e modulo a me poco congeniali (il 4-4-2 è lo schema preferito). Parlai chiaro e il consiglio direttivo mi disse di proseguire. Misi in squadra tanti giovani sconosciuti e concludemmo un ottimo campionato che l’anno successivo portarono alla vittoria della Coppa del Re. All’Atletico Madrid l’avventura finì in fretta per il fallimento del club. Le tappe inglesi? Al Chelsea all’inizio è stata dura: non parlavo la lingua. Volere è potere. Mi misi sotto e in meno di sei mesi riuscì a fare la prima conferenza in inglese. L’allora presidente Ken Bates mi fece tre anni di contratto, ma il secondo anno mi allungò di altri tre. Io inserì una clausola divertente: lui doveva essere ospite una settimana nella mia casa nel Chianti. Portò bene: arrivammo in Champions. Poi arrivò Abramovic che mi sostituì con Mourinho dopo un secondo posto in campionato e una semifinale di Champions».

Ha allenato Juventus, Inter, Roma collezionando piazzamenti importanti, ha salvato squadre già retrocesse come Parma e Sampdoria, ma il capolavoro assoluto resta la vittoria in Premier con il Leicester.

«L’hanno definita la più grande impresa sportiva di sempre. Ma non mi stancherò mai di dire che avevo una squadra fatta di ottimi giocatori come Vardy, Kantè, Morgan, Schmeichel e uomini veri. E le quotazioni dei bookmakers che davano la vittoria del campionato dei Foxies 5000:1 ci hanno unito ancora di più. Sì, è stato come vivere in un sogno. Perché solo lo sport sa regalare queste emozioni».

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di Redazione web