Gioco
Io e la mia vita Libera: «Potevo essere Gigi Riva, ma amavo la notte...»
Compie 70 anni Giacomo Libera, la promessa mancata dell’Inter di Fraizzoli
Doveva diventare il nuovo Gigi Riva. Stesso piede (il sinistro), stesso numero di maglia (11 ), stesso fisico, stessa provincia (Varese). E stessa sponda del lago Maggiore: Rombo di Tuono di Leggiuno, lui di Ispra. A fregare Giacomo Libera che oggi compie 70 anni è stata quella voglia di libertà, manifesto di quegli anni Settanta unità a qualche infortunio di troppo che a 30 anni ha interrotto una carriera che prometteva gloria e fama visto l'avvio folgorante con l'under 21, la tre convocazioni nella nazionale di Fulvio Bernardini e l'approdo all'Inter che lo strappa al Milan per una cifra vicina al miliardo l'anno precedente al trasferimento record di Savoldi dal Bologna al Napoli.
«Ero un mancino, giocavo con il numero 11 sulle spalle l'11, avevo movimenti e stazza fisica simili a quelli di Riva. Logico l'accostamento dei cronisti al grande campione che, ironia della sorte, nonostante fosse nato vicino casa mia non ho mai avuto il privilegio di conoscere neanche sui campi di calcio». Inizio all'oratorio negli anni Cinquanta- prima ad Ispra e poi a Luino dove a tredici anni approda in una squadra che milita in Promozione - la sua carriera si sviluppa a Varese dove lo porta a 14 anni l'ex portiere di Genoa e Como, Franco Cardani: «Vengo da una famiglia contadina che abbandona la terra per la fabbrica. Mio padre Piero andò a lavorare alla Ignis, mia madre Palmira in una ditta di Angera che produceva aghi.
VARESE E LA PAGELLA
«Cresco nel convitto De Filippis voluto dall'ingegner Borghi industriale mecenate del calcio e del basket del varesotto.
Eravamo una trentina, gestiti da educatori che ci insegnavano la disciplina attraverso l'antico motto ora et labora. Un esempio? Inizio a giocare come mezz'ala negli allievi del Varese e segno tanti gol. A dicembre mister Cardani mi lascia in panchina. Penso: mi farà entrare nella ripresa. Nulla. La settimana dopo la scena si ripete. La terza volta, io che ero timido, trovo la forza di parlare al mister chiedendogli spiegazioni. Lui mi fa: "Sei un ragazzo intelligente, possibile che non lo hai capito?" E io lì ad arrovellarmi il cervello. Sa cos'era accaduto? La mia pagella era zeppa di insufficienze.
Sono sempre stato scapocchione e i libri non mi hanno mai appassionato. Ma se volevo arrivare a giocare in prima squadra con il Varese dovevo farmeli piacere.
Altre due-tre partite in panchina e il mio rendimento scolastico migliorò a tal punto che mi ripresi il posto e l'anno dopo mi aggregarono alla prima squadra».
L’AMORE PER L’INTER
Libera e l'Inter, un amore che parte da lontano: «Sono sempre stato interista. Avevo uno zio malato della Beneamata a tal punto da partire da Sondrio passarmi a prendere a casa e portarmi a San Siro un'ora prima della partita armato di cappellino, sciarpa e bandiera nerazzurra. Ero un bambino e ricordo ancora oggi il mio debutto allo stadio: Inter-Torino 4-0». Ma l'emozione più grande è datata 31 agosto 1975: «Ero appena passato all'Inter. Sugli spalti c'erano 60mila spettatori per assistere alla prima partita ufficiale in Coppa Italia contro i rivali di sempre della Juventus. Mi tremavano le ginocchia e mi davo dei pizzicotti perché temevo di svegliarmi da un magnifico sogno. Minuto 34: mi arriva un cross dalla destra e io di testa svetto più in alto di Gentile e infilo Zoff. Un'emozione fortissima. Per un quarto d'ora non ho capito più nulla, vagavo per il campo e sentivo le urla dei tifosi che scandivano il mio nome. Nella ripresa restai negli spogliatoi. Iniziai a vomitare per la tensione accumulata e non riuscivo a reggermi in piedi». E dire che Libera doveva passare al Milan assieme a Calloni: «Era già tutto fatto. Fortuna volle che nella trattativa s'inseri il presidente nerazzurro Fraizzoli che grazie a una scrittura privata con Borghi mi portò nella mia squadre del cuore. Ivanoe e sua moglie Renata intravedevano in me un campione perché l'anno precedente, alla prima di campionato, un mio gol di testa anticipando Facchetti e Giubertoni aprì la strada alla clamorosa vittoria del Varese sull'Inter».
LA DOLCE VITA
Ma nelle due stagioni in nerazzurro Libera non si rivelò l'atteso asso erede di Gigi Riva ) per un duplice motivo: gli infortuni e la dolce vita: «Confesso: mi piacevano le donne. Ero giovane, vivevo a Milano, amavo tirar tardi e avevo l'occasione di incontrare tanta gente del mondo della moda e dello spettacolo. Era difficile rinunciare alle feste vip alla villa di De André a Genova o a quelle romane ai Parioli ideate dalla contessa Marina Ripa di Meana. Prendevi la macchina e via verso l'avventura. E poi c'erano dancing come il Nephenta in via Diaz dove incontravi colleghi, attori e belle donne. Buona parte dei soldi guadagnati all'Inter li ho spesi in scarpe e completi nei negozi chic di Milano. Sbaglia chi crede che Massimo Moratti sia stato il primo presidente a far pedinare un suo calciatore come Bobo Vieri. Il primo è stato Fraizzoli nei miei confronti».
MARCATO A VISTA
L'aneddoto sorge spontaneo: «Il presidente era molto religioso e ogni domenica mattina portava la squadra a messa. Alla fine della funzione il sacerdote mi prende da parte e mi fa: «Signor Libera, dov'era giovedì notte alle 4?». Pronto mangio la foglia e replico: "A casa a dormire». Ma la cosa non mi convince. Infatti qualche sera dopo mi accorgo dallo specchietto retrovisore che un'auto mi sta seguendo. C'era molta nebbia quella sera e in quel periodo storico rapine e sequestri erano all'ordine del giorno. Allora accelero e mi porto in una strada sterrata che conosco e con un'abile manovra m'infilo in un pertugio. Appena la vettura mi supera torno in carreggiata e con i fari abbaglianti li inseguo sino a una via senza uscita. A quel punto esco dall'abitacolo della mia auto sportiva pronto ad affrontarli e, se occorre, a menare le mani. Sono due giovinastri che a mani giunte mi implorano di non rovinarli e mi confessano di essere due improvvisati detective privati al loro primo incarico pagati da Fraizzoli per controllare i miei movimenti notturni. Da quel momento diventano per un paio di settimane miei ospiti nelle serate danzanti e nel loro rapporto scrivono che io vado a letto presto»". La riprova venti gioni dopo quando il presidente nerazzurro prima di una partita si avvicina all'attaccante e gli mette una mano sulla spalla: «Caro Libera, voglio complimentarmi con lei per la vita sana da vero atleta che sta conducendo. Bravo». Dopo l'Inter gli infortuni lo tormentano: «Già a Milano mi sono fatto il menisco e all'epoca restavi fuori un mese. E poi tanti infortuni muscolari e lesioni dei legamenti collaterali. Di fatto dopo l'Inter la mia carriera è stata tutta in discesa: Atalanta in A, Foggia e Bari in B dove mi sono spaccato i legamenti crociati e a 32 anni ho detto stop. Ma in Puglia è iniziata la mia seconda vita. Ho conosciuto mia moglie Bianca e con lei ho fatto della moda un lavoro. Abbiamo creato la casa di abbigliamento Open Space che commercializza in tutta la Regione i capi e le marche più prestigiose e oggi è diretta da mio figlio Alessandro. Come festeggio i miei 70 anni? Tirando tardi con la famiglia e gli amici. Senza nessuno che mi pedini limitando la mia libertà ».
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