Sicurezza
cosa si prova quando segna nostro figlio
«Mi raccomando, divertiti». Diciamo sempre così ai nostri figli prima di ogni partita, partendo da casa, e glielo ripetiamo quando dal bagagliaio prendono la borsa da gioco. Certo che ci crediamo in queste parole e ne sappiamo benissimo l’importanza, ma in ogni babbo – soprattutto se ex giocatore, anche se solo per qualche annata tra gli amatori – c’è una speranza che sale ogni volta che il proprio figlio esce dallo spogliatoio con la divisa della squadra: vederlo fare gol. Non facciamo gli ipocriti: il nostro “cucciolo” che segna ci regala un’emozione unica, è come se quella rete l’avessimo gonfiata anche noi. Sì, proprio così: in quel momento è come se fossimo in campo con lui. Tutto sbagliato? Troppo esagerato? Può darsi, ma è così.
E così ogni volta che nostro figlio prende palla e si avvicina alla porta: dentro di noi, padri alla rete o in tribuna, sale una vibrazione, come la corrente elettrica quando si preme l’interruttore. È tutto velocissimo, incontrollabile ed esplode se quel pallone finisce dentro. Diciamocelo chiaramente: lo vorremmo urlare che “quello è mio figlio”, lo vorremmo raccontare quell’orgoglio. Ma quella scossa va gestita, siamo qui per divertirsi e al massimo possiamo trasferire la nostra felicità negli sguardi di quei genitori che si complimentano con noi. Perché in fondo che sarà mai un gol, ci dicono sempre i pedagogisti del pallone. Hanno ragione, ma per noi babbi è quel gol che non abbiamo mai segnato e ogni volta che accade è sempre il più bello.
Certo, la favola di Daniel Maldini è di alto livello, ma credete a noi babbi: la gioia per un figlio che segna non ha categoria.
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