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"Martello" Italiano, le idee contano: ecco i segreti della rivelazione Fiorentina

Enzo Bucchioni
Vincenzo Italiano
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Vincenzo Italiano

Se la Fiorentina è la rivelazione di questo inizio di campionato, Vincenzo Italiano è il suo profeta. L’anno scorso ha salvato lo Spezia con le stesse armi, ripetersi a più alto livello non era così scontato, per ora tutto funziona

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Con le dovute proporzioni e la ovvia-diversa importanza dell’argomento dibattuto, se per il Covid esistono i no Vax, nel calcio ci sono i no Coverciano. Trattasi di una corrente di pensiero che tende a sminuire il ruolo degli allenatori, al massimo è disposta ad attribuire loro un quindici per cento di incidenza nel lavoro complessivo di una squadra. La parola d’ordine del "movimento" è chiara e banale allo stesso tempo: «In campo ci vanno i giocatori». E detta così sembra perfino difficile da confutare: chi deve andare in campo se non i giocatori? Già. Ma siccome chi ha convinzioni così estreme e così sbagliate è sempre poco disponibile al dialogo e al confronto, colgo al volo l’ultimo clamoroso esempio che si chiama Fiorentina. Che si chiama Italiano. La squadra viola ha vinto contro Torino, Atalanta e Genoa mandando in campo nelle prime due partite dieci giocatori che l’anno scorso hanno rischiato di retrocedere, nove nella terza. Cosa è successo? Sono andati in pellegrinaggio a Lourdes su un pullman guidato da Joe Barone e Daniele Pradè? Non è dato sapere. Di sicuro è arrivato a Firenze un allenatore moderno che ha dato un gioco, ha cambiato la mentalità e trasformato venticinque giocatori in una squadra vera.

Se la Fiorentina è la rivelazione di questo inizio di campionato, Vincenzo Italiano è il suo profeta. L’anno scorso ha salvato lo Spezia con le stesse armi, ripetersi a più alto livello non era così scontato, per ora tutto funziona. Italiano ha tradito il suo cognome, non fa parte degli italianisti, ma di quella categoria di allenatori moderni che per sintesi definiamo "giochisti". Da noi il caposcuola estremo è Zeman, l’ultima straordinaria evoluzione Sarri con il suo Napoli. Dalla filosofia iniziale un po’ utopistica "facciamo un gol più degli altri", però con il tempo alla fase offensiva s’è abbinata anche una fase difensiva altrettanto organizzata, alla ricerca dell’equilibrio nel calcio d’attacco. I principi li conosciamo e vanno dal recupero palla nella metà campo avversaria con il pressing e la difesa alta, le azioni rapide, un tocco-due tocchi, palla avanti-palla indietro, grande movimento, possesso palla sì, ma anche rapide verticalizzazioni quando necessario. Ecco, questo è anche la Fiorentina. Italiano ha lavorato prima sulla testa e poi sulle gambe della squadra viola. Non era né facile, né automatico farsi accettare dal gruppo, convincere i giocatori a cambiare mentalità, a fare un calcio più coraggioso, ma anche più rischioso.

Oggi però i giocatori sanno che con il gioco crescono, possono ottenere successi, l’esempio della Nazionale di Mancini è stato stimolante e quelli della Fiorentina ci hanno creduto subito. Il resto è stato il lavoro maniacale fatto sul campo, l’atteggiamento ossessivo e perfezionistico di Italiano che mi ricorda l’approccio di Sacchi e di Conte. La stessa cultura del lavoro. Non a caso anche i giocatori della Fiorentina lo chiamano già "Martello". Il Martello Italiano. Dunque, non è stato un miracolo a trasformare quella squadra impaurita, senza personalità, capace solo nel difendere per poi dare palla a Vlahovic, ma l’applicazione, l’intensità, la voglia di credere in un modo diverso di fare calcio. Seguendo un leader: il gioco. Questo, ovvio, non significa che la Fiorentina sia diventata il Manchester City. La qualità dei giocatori conta, ma ora, con i suoi principi, può giocarsela con tutti, vuole imporre il suo modo di stare in campo con carattere e personalità. Deve ancora migliorare molto, il lavoro è cominciato appena settanta giorni fa, ma le basi sono state gettate, c’è una piena evoluzione e la sfida di domani contro l’Inter campione d’Italia, reduce dalla goleada al Bologna, è un bel test per capire a che punto è arrivata la rivoluzione di Italiano.

E continua la crisi di Allegri e della Juve: per vincere non basta neppure il regalo del Milan.

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