Il dolore
Quel lato crudele del Djoko
Il Grande Slam sfuma all’ultima curva, che beffa per il tiranno del tennis. Gli Us Open potrebbero aver sancito la fine dei “Favolosi quattro”
Cosa sono tre set di fronte all’eternità? Tanto, forse tutto. Chiedete a Novak Djokovic, novello Dorando Petri, il maratoneta delle vittorie seriali che si accascia a pochi metri dall’arrivo, quando il Sacro Graal del tennis, il Grande Slam, brilla beffardo davanti ai suoi occhi. Avrebbe potuto accedere al Nirvana della racchetta, il serbo dalla mascella quadrata e dal sorriso freddo, meno amato dalle folle di Federer e Nadal ma signore a padrone della classifica Atp degli ultimi anni: bastava una vittoria, una delle tante, bastava un torneo, uno dei tanti. E sarebbe stato ammesso sulla poltrona alla destra del nume Rod Laver, che il grande Slam lo aveva fatto nel 1962 e nel 1969, accanto e al meno celebrato Don Budge, che lo conquistò nel 1938 da dilettante e alla Nostre Signore della racchetta, Steffi Graf (1988) , Margaret Smith Court (1970) e Maureem Connolly (1953).
Questo Slam 4.0, quello della globalizzazione, sarebbe stato il più bello, il più difficile, il più complesso. Perché il tennis è diventato sport di massa, vincere non è mai scontato, dietro ai Fab Four (Nadal fermo ai box, Federer con vista ritiro, Murray di fatto disperso in classifica) preme una generazione di campioni multitasking, bravi su ogni superficie, fisicamente bionici (trovatene uno sotto il metro e novanta…) e soprattutto stimolati dalla prospettiva di entrare in massa nel palazzo d’inverno e rovesciare gli Zar. Eppure l’orso serbo, all’alba dei 34 anni, aveva disinnescato la rivolta con la sua forza mentale, la sua capacità unica di non sbagliare mai quando gli altri sbagliano, con la tracotanza della classe e l’esattezza di un computer. Aveva fatto suo l’insidioso torneo di apertura sul velocissimo cemento australiano, aveva domato la terra del Roland Garros contro il semidio greco Stefanos Tsitsipas, aveva baciato l’erba sacra di Wimbledon spezzando il sogno del nostro, magnifico Matteo Berrettini.
Correva, Nole, verso il sacro Graal. Aveva sacrificato, non si sa quando scientemente, il torneo Olimpico di Tokyo sull’altare della preparazione per New York. Dove, quasi in sordina, è arrivato in finale domando Berrettini e poi Zverev. Ultima curva, e c’era Medvedev, talentissimo russo in stato di grazia. Ostacolo troppo alto anche per il despota, che è caduto rovinosamente mentre la gente di New York, curiosamente, per la prima volta l’ha adottato, tifando per lui e per l’impresa epica che stava per compiere.
Ma il tennis, in fondo, è una scienza esatta e Nole non ne aveva più, o comunque ne aveva meno dal ragazzo russo che sparava servizi da brivido e dritti incrociati da multa per eccesso di velocità. Troppo per Djoko, che alla fine lo ha capito: il cancello del Nirvana si è richiuso, niente Laver e niente Graf, soltanto un sogno che muore.
Ci riproverà, dice Nole: la sensazione è che la sua era, come quella del favolosi quattro, abbia imboccato il viale del tramonto. Questa è la vita, questo è lo sport. Anche se con un fiero figlio della Serbia, mai dire mai: non ci meraviglieremmo di rivederlo lì, dalle parti del sacro Graal.
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