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in uscita la sua autobiografia 

Uomo ragno per sempre

Roy Lepore
Uomo ragno per sempre

Walter Zenga ospite al Festival dello Sport a Viareggio

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Roy Lepore

viareggio. Interista per sempre, in ogni luogo in cui la vita l’ha portato. Walter Zenga, il portiere dello scudetto dei record con il Trap in panchina, è stato tra gli ospiti del Festival dello Sport a Viareggio. Il 16 settembre uscirà il suo libro “Ero l’uomo ragno” e proprio da questo soprannome è partita la carrellata dei ricordi: «Tutto nasce quando venni convocato in Nazionale. Ero ad Appiano Gentile e quando finii l’allenamento, all’uscita del centro sportivo i giornalisti mi chiesero cosa ne pensassi dell’esclusione dalla Nazionale. Indossavo una tuta e sotto avevo una maglietta che raffigurava l’Uomo ragno e canticchiai la canzone degli 883 da poco uscita: da lì in poi quello è stato il mio soprannome».

Zenga nella sua carriera da calciatore è stato eletto per tre volte miglior portiere al mondo; con l’Inter ha disputato 473 incontri, vincendo uno scudetto, una Supercoppa itaiana e due Coppe Uefa.

Raccontando la sua lunga permanenza all’Inter ha ricordato gli inizi, a dieci anni: «Ci sono rimasto fino a 18 anni, poi ai miei tempi ti mandavano a giocare in prestito: non è come adesso che se fai bene una partita ti fanno un contratto per cinque anni, una volta dovevi sudartelo un contratto. Così andai alla Sambenedettese, dove trovai come allenatore Nedo Sonetti, un toscano di Piombino che ricordo sempre volentieri. Era un padre sergente. L’unica volta che arrivai in ritardo all’allenamento fui richiamato, feci un gesto con la mano che capii che il mister non gradì, scappai e mi rinchiusi nello spogliatoio: se mi avesse preso mi avrebbe fatto male. I suoi insegnamenti mi sono serviti negli anni e gli sono sempre riconoscente».

A 22 anni tornò all’Inter «dove sono rimasto fino a 35: in pratica un terzo della mia vita l’ho passata lì. Io sono sempre stato interista, non lo sono diventato dopo. Ed è bello che quando torno a Milano, visto che da dieci anni vivo a Dubai, i tifosi e la gente mi ricordano sempre con affetto. Queste sono le più grandi gratificazioni».

Una volta appese le scarpette al chiodo ha iniziato una carriera da allenatore che l’ha portato in giro per il mondo. «Ho fatto esperienze varie, conosciuto culture e religioni diverse che mi hanno arricchito, poi sono arrivato a Cagliari nell’ultima esperienza nel periodo della pandemia. Sono stato rinchiuso nel centro sportivo due mesi con i miei figli che erano a Dubai e che vedevo solo attraverso Skype: è stata dura, però anche questo periodo siamo riusciti a superarlo e anche con il Cagliari abbiamo raggiungere l’obiettivo che ci eravamo prefissato».

E ora cosa c’è all’orizzonte sul piano professionale? «Sono stato contattato dalla Federazione dell’Iraq per allenare la Nazionale, ma al mio posto hanno scelto un tecnico di 74 anni, quindi sono in attesa».

In chiusura la Nazionale azzurra del suo amico Roberto Mancini, che ha vinto l’Europeo e si avvia alla qualificazione per i Mondiali. «Mancini ha fatto un bel lavoro, è un bravo tecnico e ha amalgamato un bel gruppo, sono contento per lui e la nostra Nazionale. Ha un ottimo staff composto da ex giocatori e una persona competente in panchina che siede accanto a lui, Gabriele Oriali».

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