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Milan, Mou e Napoli: credeteci

Enzo Bucchioni
Milan, Mou e Napoli: credeteci

I rossoneri hanno ripreso il discorso con lo scudetto interrotto in primavera per mancanza di fiato e di ricambi e dopo l’estate dei tormentati parametri zero s’è ripresentato più forte di prima

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Piomba sul campionato Zlatan Ibrahimovic ed è subito gol…direbbe il poeta. È facile scommettere che senza Ronaldo la scena ora sarà tutta sua, compreso magari un Sanremo-bis. Vedremo. Ma il Milan non è solo Ibra, come il Napoli non è solo Insigne, trattasi di squadre vere e mature che non a caso sono in testa alla classifica a punteggio pieno anche dopo i primi scontri diretti. Il Milan ha ripreso il discorso con lo scudetto interrotto in primavera per mancanza di fiato e di ricambi e dopo l’estate dei tormentati parametri zero (Donnarumma e Calhanoglu), s’è ripresentato più forte di prima, con l’aggiunta di esperienza (Giroud, Florenzi e Bakayoko) e di gioventù. Con la crescita di Tonali e Brahim Diaz e una panchina finalmente piena che Pioli sfrutta bene. Ora l’allenatore ha varianti e variabili non solo tattiche. Il Milan ha incartato la partita alla Lazio con la ferocia, il pressing, alcune marcature a uomo (Kessie-Milinkovic), chiudendo gli spazi e le linee di passaggio: i rossoneri sanno fare possesso, ma anche il contropiede è un’arma micidiale che porta ripartenze e gol.

La Lazio s’era illusa di aver già imparato il calcio sarriano con i sei gol rifilati allo Spezia orfano di Italiano, ma ci vorrà tempo e non so quanto, per assimilare i movimenti e applicare l’intensità. Immobile non è fortunatissimo, dopo il calcio di Mancini che non fa per lui, dovrà essere bravo a capire in fretta quello che vuole Sarri. Ma non sarà facile imparare il verbo nuovo del Profeta di Figline che ieri s’è sgolato per far salire una difesa abituata a stare bassa, quasi in porta. Sarà fusione calda o fredda come quella con la Juve? Tema interessante che forse Lotito ha sottovalutato.

Come interessante è il lavoro che Spalletti ha fatto sui giocatori del Napoli. Sapevano già giocare e lo hanno fatto piuttosto bene con Sarri appunto, Ancelotti (un po’ meno) e Gattuso (coppa Italia), ma il carattere non sembrava il massimo di questo gruppo. Ora il Napoli è già tosto e non s’è fatto impressionare dall’errore di Manolas che in altri tempi avrebbe tagliato gambe e idee. Squadra spallettiana, dunque. Napoli e Milan, per la verità, erano partiti forti anche l’anno scorso, il problema (ovvio) sarà durare e continuare a crescere, ma queste due squadre ci saranno di sicuro a giocarsi lo scudetto in un campionato che ci immaginiamo senza padroni, livellato e livellabile.

Intanto otto punti di vantaggio sulla Juve dopo tre giornate sono tanta roba da conservare e maneggiare con cura, anche per Mourinho che con la sua Roma scopre quanto è duro il pane del nostro campionato, ma che alla fine doma il Sassuolo nel recupero e si arrampica lassù, incendiando la capitale.

L’occasione di staccare decisamente la Signora invece l’ha sfruttata poco anche l’Inter che non può farsi rimontare due volte dalla Sampdoria. Sono questi i punti persi che alla fine pesano più di moduli e schemi, ma in assoluto i nerazzurri sono sembrati troppo leggeri e superficiali nei momenti decisivi. Se i troppi elogi hanno fatto male, Inzaghi deve prendere un po’ della ferocia di Conte. Probabilmente questo è un gruppo che ha bisogno del domatore. Di cosa avrebbe bisogno invece la Juve non lo sa nessuno o forse si sa troppo bene. Non c’è squadra, non c’è gioco e anche l’allenatore fa fatica. Proprio da Allegri era logico aspettarsi di più. Chiedo, con rispetto, ma dopo due anni a stare a guardare, si può ritornare proponendo un 4-4-1-1 che era il modulo preferito dal parroco di Ovosodo? Anche no. Mancavano Dybala e Chiesa? Perché gli altri c’erano? E se è vero che Allegri è uno specialista delle rimonte, non si illuda e non pensi troppo al grande recupero del 2015. Non rifaccio l’elenco dei problemi e delle cose che non tornano nella Juve da due anni a oggi, ma se con tutte le assenze finisce in panchina anche DeLigt, si perde l’ultimo filo logico. Il ritorno di Allegri alla Juve ricorda quello di Capello che negli anni novanta si riprese il Milan. Peccato che Invincibili non fossero più e Capello non fosse più lo stesso allenatore. Piccole-grandi vicende di calcio che Agnelli avrebbe dovuto conoscere. Corsi e ricorsi nel pallone come nella storia… Al popolo bianconero non resta che toccare ferro.

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