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Ambra Sabatini è tornata a casa. E da Porto Ercole lancia un appello: «Gli enti pubblici devono dare più soldi per le protesi»

Francesca Ferri
Ambra Sabatini (foto Enzo Russo) la campionessa mostra l’oro olimpico vinto con il gruppo sportivo delle Fiamme gialle
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Ambra Sabatini (foto Enzo Russo) la campionessa mostra l’oro olimpico vinto con il gruppo sportivo delle Fiamme gialle

Quello dell'atleta paralimpica, medaglia d’oro a Tokyo nei 100 metri, è anche un messaggio di incoraggiamento: «Lo sport paralimpico non è meno importante degli altri. E io voglio far capire che chiunque può praticarlo»

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PORTO ERCOLE. Il mare del promontorio accarezza dolcemente la scogliera. E il rosa ambrato del tramonto scende come un velo sull’antica rocca di Porto Ercole. Anche l’Argentario, di solito sferzato dal sale dei marosi, si addolcisce per una sera. E alle scorribande di pirati e corsari che per secoli lo hanno frequentato, si fa placido, caldo come l’ambra, per accogliere la sua Ambra più preziosa, “Ambra d’Oro”.  Ambra Sabatini, la campionessa paralimpica orgoglio d’Italia, medaglia d’oro a Tokyo nei 100 metri, è tornata a casa, a Porto Ercole, in provincia di Grosseto, con il suo pesante, prezioso, strepitoso cimelio. «Eh, sì, pesa…», sorride dall’alto dell’antica rocca che domina il porticciolo, dove sta concedendo interviste su interviste, il mare ai suoi piedi e, con esso, tutta la sua terra, festante e riconoscente per quel podio sospirato, agguantato con ogni fibra del suo corpo e con l’eccezionale tecnologia della sua protesi, al posto della gamba sinistra.

Stringono forte la medaglia le dita, laccate di “azzurro Nazionale”. «Le ho fatte al villaggio olimpico, sono quelle con cui ho gareggiato», dice Ambra, orgogliosa, elegantissima nella divisa della Nazionale, fresca come solo i suoi 19 anni possono consentirle dopo un volo interminabile da Tokyo e un tourbillon di interviste con le tv di mezza Italia. Ha appena finito di essere intervistata da Sky e dall’ex campionessa del nuoto Novella Calligaris, ora giornalista per Rai 1, e sta per iniziare una nuova intervista con Rai Sport quando alza un po’ la testa alla ricerca di lui. Il “suo” lui. Lo vede e si scioglie in un sorriso. Ecco Alessandro, il fidanzato che ha sempre saputo che lei ce l’avrebbe fatta. L’abbraccio commuove tutti, anche gli ufficiali della Finanza che sono venuti a salutare la “loro” atleta (Ambra gareggia per il Gruppo sportivo Fiamme gialle). Le interviste si fermano. «Non so più neanche cosa dire, è tutto così nuovo», dice.

Nuovo e bellissimo. Quanto è lontano quel terribile martedì di giugno del 2018, quando Ambra e il padre Ambrogio finirono coinvolti in un incidente sulla strada che li portava agli allenamenti della ragazza, allora 17enne. Ambra si ferì irrimediabilmente alla gamba sinistra. I medici non ebbero alternativa e gliela dovettero amputare. E per un attimo sotto quel bisturi Ambra vide tagliato e buttato via il suo futuro: la carriera sportiva che stava per sbocciare, la vita di una giovane donna tutta da costruire. «Un po’ ho pianto», inizia a raccontare Ambra. Poi un lungo silenzio. «Ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare della gara – dice – voglio parlare di sport, voglio parlare da sportiva. Io sono un’atleta. Voglio che quando la gente mi guarda non veda la “ragazza con la gamba amputata” ma veda l’atleta. Lo sport paralimpico non è meno importante dello sport dei normodotati. E io voglio far capire a tutti che possono fare sport. Può farlo il ragazzo in carrozzina che ancora non sa che può praticare sport. Può farlo chi è amputato. Voglio che sappia che si può buttare, che ce la può fare».

Gli occhi scintillano incorniciati dai boccoli, la medaglia brilla sul petto. Due finanzieri si avvicinano per un selfie. Ambra sorride, quasi sorpresa da tanto affetto. Ma è solo un attimo. Sa che il valore della sua medaglia va ben oltre il metallo con cui è stata coniata. Sa che Ambra Sabatini, la ragazza finita nelle cronache locali tre anni fa per quel drammatico incidente, ora torna su quei giornali come un modello per tanti giovani che, sì, magari non hanno la stoffa dell’atleta, che magari non vinceranno mai un oro alle Olimpiadi, ma che grazie al suo oro potranno tornare ad alzarsi e a fare una vita normale. Per questo il podio di Tokyo non è l’arrivo. È la partenza.
«Gli enti pubblici devono dare più soldi per le protesi – dice Ambra senza giri di parole, dritta al punto – Io ero una promessa dell’atletica, ero mezzofondista e grazie a questo ho avuto la mia protesi da Art4Sport, l’associazione di Bebe Vio che supporta bambini e ragazzi portatori di protesi d’arto. Poi l’Inail mi ha dato una protesi più professionale, che è quella con cui gareggio. Con questa sono arrivati i risultati».

E chissà che adesso Ambra non possa gareggiare anche con i normodotati. Il fratello Lorenzo, in un’intervista al Tirreno, se ne è detto certo. «Chissà, magari qualche gara la potrei fare», dice Ambra. Ma il cielo dell’Argentario si sta spegnendo. In piazza si accendono le luci della grande festa che il piccolo paesino ha preparato in piazza per celebrare la sua stella. Ambra, frastornata, piena di gioia, orgogliosa, umile, si avvia a farsi coccolare dalla sua Porto Ercole, finora conosciuto come l’approdo dove finì i suoi giorni Caravaggio, e da oggi culla di un’atleta che, a 19 anni, ha messo un piede nella Storia. Anzi, ci è entrata correndo.

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