Sicurezza
L’ultimo tackle di Morini l’essenza dello stopper «Deciso, duro, mai cattivo»
L’ex difensore è morto a 77 anni: vinse scudetti e Coppe con la Juventus degli anni Settanta Era l’incubo di tutti i grandi attaccanti di quel periodo, per lui anche 11 gettoni in azzurro
LUCA TRONCHETTI
Per gli amanti del calcio lui era Morgan, il corsaro biondo insuperabile nel “depredare” del pallone i quotati centravanti avversari. Un difensore puro nella più ampia accezione del termine: 418 partite in serie A e 11 in nazionale senza mai segnare un gol. Perché Francesco Morini, origini contadine nato e residente a San Giuliano Terme, 77 anni compiuti il 12 agosto scorso, piedi di gesso, ma applicazione maniacale e rapidità nel recupero, conosceva i suoi limiti e anche i suoi meriti. Gli era totalmente oscuro il termine “fluidificare”. Si spingeva oltre la linea di centrocampo solo quando l’arbitro fischiava la fine e la porta avversaria la vedeva quando c’era da attraversare il terreno di gioco per arrivare negli spogliatoi. Il prototipo dello stopper anni Settanta: cattivo mai, spigoloso ogni volta che si presentava in campo con la maglia numero 5. Sampdoria e, soprattutto, Juventus (11 stagioni) le uniche casacche indossate in 17 anni di onorata carriera oltre a una breve esperienza in Canada (Toronto Blizzard) che gli servì più per studiare l’inglese, diventando poi manager della Vecchia Signora, che per giocare e che venne emulata tre anni dopo da un certo Roberto Bettega, inseparabile compagno dei tanti trionfi bianconeri. Il re degli stopper se n’è andato improvvisamente nel sonno mentre si trovava in vacanza a Forte dei Marmi. Tradito da un cuore che, come faceva con gli avversari, aveva sempre controllato anticipandone le intenzioni. Lui che non beveva, non fumava e non tirava tardi la sera. Sempre attento al peso e alla forma fisica.
IL RICORDO
Nel momento del dolore tra i tanti ex compagni che ricordano la sua figura di persona sobria e leale e di professionista tenace e scrupoloso c’è Roberto Boninsegna, dapprima ostico rivale nei tanti derby d’Italia e per tre anni indivisibile amico nella Juventus targata della triade Agnelli (Gianni, l’Avvocato)-Boniperti-Trapattoni. «Ho appreso la notizia al telefono da Tardelli e subito mi sono tornati in mente i tanti duelli rusticani, fortunatamente senza coltello, ma anche senza esclusione di colpi che hanno infiammato San Siro e il Comunale di Torino negli anni Settanta. Io e Morgan abbiamo iniziato a picchiarci sessant’anni fa allo stadio dei Pini in occasione del torneo di Viareggio. Io nell’Inter e lui nella Sampdoria. Nel 1962 vincemmo noi nerazzurri, nel 1963 loro, i blucerchiati. Morini era un marcatore spietato. Con Rosato e Burgnich il più forte di quella generazione. Pensi che Gigi Riva lo soffriva così tanto da girare al largo quando lo incrociava. É stato l’unico difensore italiano e forse mondiale che gli ha impedito di segnare. Era di quei marcatori che non ti mollavano neanche quando andavi in bagno. Il suo punto di forza? Di testa non era un fulmine di guerra nonostante l’altezza, i piedi erano dei ferri da stiro, ma palla a terra era difficile da superare perché aveva una concentrazione e un’applicazione feroce. Giocava molto sull’anticipo e sapeva leggere perfettamente i movimenti degli attaccanti. Quando poi riuscivi a prendergli dei metri e andare in porta c’era sempre quel diavolo di Zoff, il più forte portiere al mondo, a metterci una pezza. I nostri scontri erano epici: al novantesimo uscivamo dal campo con i segni dei tacchetti, pieni di tagli e di lividi. Ma tutto finiva lì. E al triplice fischio ci davamo la mano o una pacca sulla spalla. Soprattutto quando vincevo io con l’Inter. É bene essere chiari: io qualche gol contro Morini l’ho segnato».
LA CACCIA
Se per 14 anni Bonimba e Morgan sono stati come cane e gatto nell’estate del 1976 il goleador nerazzurro passa, suo malgrado, in bianconero. E con Morini si crea subito un bel feeling. «Un ragazzo straordinario, tutto casa e famiglia (i suoi figli Andrea e Jacopo nel 2002 formarono un complesso musicale e il secondo oggi è un inviato del programma “Le Iene”). Con un’unica smisurata passione: la caccia». E lì parte l’aneddoto. «Un giorno arriva negli spogliatoi con la doppietta a tracolla. Gli dico “Morgan, ma che fai? Sei matto? A chi vuoi sparare?”. Lui con la consueta bonomia “Sai, io sono alto, bello e biondo e mi devo pure difendere dall’assalto delle donne”. E giù risate». Era talmente appassionato di caccia che nel 1977, dopo aver vinto lo scudetto con un punto sui rivali del Torino, quando il presidente concesse ai giocatori un premio speciale, Morgan corse nell’armeria più famosa della città e acquistò un costosissimo fucile mandando su tutte le furie il plenipotenziario bianconero. Riprende Boninsegna: «Anche Boniperti aveva la passione per la caccia e ogni lunedì ci dava il permesso di sparare nella tenuta degli Agnelli a Venaria Reale. Con un’unica raccomandazione: non dovevamo catturare più di 15 esemplari di selvaggina. Invece finivamo per riempire il bagagliaio di uccelli, lepri e fagiani. E a fine mese Boniperti, che gestiva la riserva, si grattava la testa perché i conti non gli tornavano. Io mi divertivo un mondo, “Cecco” invece era un professionista. Con il fucile era molto più forte di me. Aveva la pazienza di aspettare la preda e di sparare al momento giusto. Un po’ come quando rubava il tempo alla punta avversaria. Il suo più grande rammarico? La mancata convocazione ai mondiali del 1978 in Argentina dopo che l’anno precedente era stato tra i protagonisti della vittoria del primo trofeo della Juventus. Arrivò a raccomandarsi anche a Zoff affinché intercedesse con Bearzot». Morini fu anche uno dei protagonisti della battaglia di Bilbao: «Per vincere la prima Uefa, la Juventus ebbe bisogno dei “milanesi”: io, Benetti e Trapattoni. Ricordo gli ultimi venti minuti come un incubo. Boniperti dalla tribuna ebbe la “bella” idea di sostituirmi e diede l’ordine al Trap. Il tempo di sedermi in panchina e l’Atletico si porta in vantaggio: 2-1. Pensai: “Se mi fanno perdere la Coppa li ammazzo”. Fu un assedio. Ma alla fine, grazie alla dedizione di Morgan, alzammo il trofeo».
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