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L’Europeo e gli scudetti ma la perla di Domingo è il trionfo del Cagliari

LUCA TRONCHETTI
L’Europeo e gli scudetti ma la perla di Domingo è il trionfo del Cagliari

Angelo Domenghini festeggia oggi con familiari e amici i suoi 80 anni nell’amata Sardegna Fu un’ala imprendibile e portò con Riva l’Isola a un tricolore che rimarrà per sempre nella storia 

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LUCA TRONCHETTI

Dalle fiaccole accese all’Olimpico nella notte romana di quel 10 giugno 1968 che consacrò per la prima volta l’Italia campione d’Europa al «Messico e nuvole» del 1970 con la partita del secolo allo stadio Atzeca (4-3 alla Germania) e il titolo di vice campioni del mondo battuti in finale dal Brasile più forte di sempre guidato in campo dal re del calcio, Edson Arantes do Nascimento in arte Pelé.

Compie oggi 80 anni Angelo Domenghini per tifosi, amici e avversari “Domingo”, imprendibile ala destra e unico calciatore italiano ad aver consentito a due “provinciali” di mettere in bacheca gli unici trofei della loro storia sportiva: la Coppa Italia per l’Atalanta nel 1963 quando a 21 anni mise a segno la tripletta che consentì alla Dea di mettere ko il Torino di Rocco e lo scudetto per il Cagliari nel 1970 quando i suoi cross per Gigi Riva e i suoi gol d’autore (8) mandarono in estasi un popolo che non ha mai dimenticato i suoi eroi immortali. Ma il suo palmares non si ferma lì. E la sue qualità, le sue doti, il suo estro vengono esaltate dall’Inter di Herrera a cui regala cinque titoli: due tricolori (1965 e 1966), due Coppa Intercontinentali e una Coppa dei Campioni. Una stella del firmamento calcistico decisamente sottovalutata al cospetto dei grandi campioni dell’epoca che riempivano con le loro dichiarazioni a effetto le pagine dei quotidiani nazionali. Quel suo carattere schivo e taciturno, tipico dei bergamaschi di montagna, quella sua ritrosia dai riflettori e dalla malcelata ipocrisia che regna nel calcio lo hanno sempre tenuto a debita distanza, smessi maglietta e scarpini, dai grandi club. E la sua carriera di allenatore, anche se le squadre praticavano un calcio divertente e propositivo, non è andata al di là della serie B con la Sambenedettese (1988-89) quando, prendendo spunto dai tecnici olandesi, per cementare il gruppo nel periodo della sosta natalizia portò i calciatori con moglie e fidanzate a fare la settimana bianca a Roccaraso. «Quando mi trovavo bene in un posto non guardavo mai la categoria o il blasone. A San Benedetto del Tronto la gente mi fermava per strada e i tifosi applaudivano. Per me era sufficiente così. Tortona da allenatore è stata la tappa più esaltante. Era C2, ma la squadra giocava a memoria e in certe partite mi divertivo di più che in serie A. In quegli anni avrei potuto sfruttare meglio la mia fama e certe amicizie, ma avrei tradito quella buona gente che veniva allo stadio Fausto Coppi. Ma non rimpiango niente: per fare l’allenatore bisogna anche fingere. E il mio carattere non me lo consente».

Domenghini soffierà sulle ottanta candeline sistemate sopra la torta durante una cena in un ristorante a Porto Cervo circondato dall’affetto dei suoi familiari: «Ci saranno i miei figli Laura e Davide e i miei quattro nipoti, due maschietti e due femminucce, di età compresa tra i sei e i dieci anni. É ancora troppo presto per sapere se è nato un altro Domingo. Anche perché non potrà più esserci uno come me: hanno gettato lo stampo».

L’estate la trascorre in Sardegna: «Sei mesi l’anno li passo a Liscia di Vacca in Costa Smeralda dove mi sono costruito la casa e coltivo i prodotti della terra nel mio orto e altrettanti a Lallio, il paese in cui sono nato, e dove il babbo aveva un’osteria. La mia è stata un’infanzia agitata: eravamo nove fratelli, tre maschi e sei femmine. Dormivamo in due camere e io ero il più discolo. Un carattere ribelle: le combinavo di tutti i colori con i contadini che mi inseguivano sino a casa dopo aver rubato la frutta dagli alberi. Io correvo più forte e non mi prendevano mai, ma le botte me le dava mio padre. Vero, ho rischiato di finire male e al calcio devo tutto: mi ha salvato la vita, mi ha fatto diventare uomo, mi ha fatto guadagnare e condurre un’esistenza agiata. Ringrazio la Federazione e tutte le squadre in cui ho militato: dall’Atalanta all’Inter, dal Cagliari alla Roma sino alle ultime tappe tra Foggia, Verona, Olbia e Trento».

Bergamo e Cagliari: due luoghi del cuore.

«Se sono diventato un giocatore lo devo alla mia cocciutaggine. Nella mia infanzia non c’era la tv e le figurine erano il nostro immaginario sul mondo. Vedevo quelle foto con gli idoli della domenica e il mio pensiero fisso era quello di diventare uno di loro. Sogni di ragazzino divenuti realtà grazie all’Atalanta. Mi presero dal Verdello del dottor Brolis per duecentomila lire. A Bergamo non mi davano un centesimo. Non come oggi che se arrivi alla Primavera dei grandi club guadagni cifre a quattro zeri. All’inizio per mantenermi lavoravo in fabbrica alla Magrini come elettrotecnico. Poi iniziarono ad accorgersi del mio fascio di muscoli e nervi e il debutto in serie A (4 giugno 1961, ultima di campionato, Udinese-Atalanta 2-1) mi diede la necessaria consapevolezza nei miei mezzi. L’allenatore? Ferruccio Valcareggi, un segno del destino visto che con lui in Nazionale ho conquistato l’Europeo e la finale mondiale. Nell’isola invece mi sento come a casa mia. I sardi non hanno un carattere facile, ma se diventi loro amico ti danno tutto: l’importante è non prenderli in giro. E io in campo e fuori dal rettangolo verde non li ho mai traditi. A distanza di mezzo secolo non hanno dimenticato quell’impresa del 1970. Mi chiedono l’autografo anche dei ragazzi di vent’anni che non mi hanno mai visto giocare, ma che hanno appreso le gesta sportive di quel Cagliari dai nonni e dai padri. Sono stato inserito nella hall of fame del club. Fantastico».

L’epopea dell’Inter di Angelo Moratti.

«Era una grande squadra. Tra le più forti di tutti i tempi. Cinque anni da prima punta, io che ero un’ala e dovevo lasciare spazio a Jair, con 164 presenze e 54 reti. Il Mago? Mah, con quella squadra avrebbe potuto vincere molto di più. Se in panchina ci fosse stato il “filosofo” Scopigno, il più bravo di tutti, la Beneamata avrebbe vinto tutto per dieci anni di fila. Ma lui non era un fariseo: non sapeva vendersi e non amava le ambiguità tipiche di un certo modo di stare in panchina».

É vero che lasciò l’Inter per colpa di una donna?

«Sissignore. Ma non una qualsiasi. La signora Fraizzoli, la moglie del presidente Ivanoe. Alla vigilia di una partita importante a un quotidiano milanese dichiarò: “Meglio dieci minuti di Corso, che un’ora e mezzo di Domenghini”. Lessi il giornale la domenica mattina. Un’offesa terribile per me: feci la valigia e lasciai l’albergo. Furono i compagni di squadra, con Suarez e Facchetti in testa, a convincermi a tornare sui miei passi. Ma l’anno dopo mi vendicai: mandai a quel paese Lady Renata e me andai a Cagliari per vincere lo scudetto. L’Inter però non si può scordare: chi indossa quella maglie resta nerazzurro in eterno».

Quali sono stati i calciatori più forti della sua generazione?

«Dico Suarez e Rivera. Per stile, tecnica, classe, palleggio, signorilità e modo di stare in campo. Non ho più visto nessuno come loro due».

I difensori più arcigni

«Francesco Morini della Juventus e Giorgio Puia del Torino mi picchiavano come fabbri. Era dura sfuggire al loro controllo. E prima di loro il Guido Vincenzi della Samp e Giulio Savoini del Vicenza, ma quando giocavo in trasferta perché al Menti lui faceva la riga con i tacchetti e da lì non si passava».

Il suo rapporto con Riva

«Io vado a caccia e lui a pesca. Ma Gigi è stato l’attaccante più forte del calcio italiano. So che si è incupito, esce poco di casa e non frequenta gli amici. Ecco, mi piacerebbe ricevere oggi una sua telefonata. Il nostro è stato un rapporto bello: leale e sincero. Da chi mi aspetto gli auguri? Sicuramente da Aristide Guarneri, 83 anni, il più vecchio calciatore della nazionale del 1968 che vinse gli Europei. Un vero signore: siamo stati compagni anche all’Inter e lui non dimentica gli amici d’un tempo».

A proposito di nazionale: ha visto gli Europei?

«Il calcio di oggi non mi piace. Girano troppi soldi e poca passione genuina. Si sono persi i valori e vedere Messi che piange o Donnarumma che lascia il Milan e va all’estero francamente mi fa venire la nausea. Tuttavia gli azzurri mi hanno riconciliato con il pallone. La squadra di Mancini mi ha esaltato e dopo 53 anni ha vinto con merito il titolo europeo. In quei ragazzi ho visto cuore, coraggio, volontà e determinazione. Davvero bravi».

Chi è il giocatore italiano che le piace di più?

«Barella è nato per giocare al calcio. Un campione universale al servizio della squadra. Vorrei che ce ne fossero tanti come lui. Nel mio ruolo vedo pochi elementi con le mie caratteristiche. E anche nel passato Donadoni o Fanna mi assomigliavano poco o nulla. Ecco, come capacità di corsa il mio erede poteva essere un lombardo come me: Andrea Conti, cresciuto nell’Atalanta. Purtroppo un grave infortunio ne ha limitato l’ascesa. Mi sa che dovrà passare ancora del tempo prima di vedere un altro Domingo».

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