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Sandro Mazzinghi, un anno senza il mito: l’Italia piange ancora la morte del campione

Sandro Lulli
Sandro Mazzinghi
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Sandro Mazzinghi

Il Ciclone di Pontedera fu uno dei pugili più amati di sempre 

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Era una mattina piena di luce e di afa quando Pontedera si fermò impietrita e l’Italia lo pianse. Che silenzio in Duomo e sulla piazza su cui si affaccia la cattedrale. Centinaia e centinaia di persone, tutte lì, con gli occhi arrossati, a fissare la bara del Mito sopra alla quale erano stati adagiati i suoi guantoni che, come pietre, negli anni si erano abbattuti su autentici campioni come Dupas, Ki-Soo Kim, Fullmer, Ortega, Bo Hogberg, Montano, Gonzales e tantissimi altri.

In chiesa l’omelia appassionata, i ricordi commossi degli amici e l’addio in lacrime di moglie e figli. E sul sagrato un lunghissimo applauso accolse il feretro. Se ne andò così Sandro Mazzinghi, un anno fa, per un ictus, a quasi 82 anni; se ne andò quasi in punta di piedi, lontano dai riflettori che in fondo non aveva mai amato troppo, rifilandoci il suo ultimo pugno da ko, quando ci cadde addosso la ferale notizia della sua scomparsa.

E così si chiudeva la sua vita: una bella storia da raccontare, dove non c’è retorica ma tanta verità. La storia di un ragazzo che sapeva cos’era la miseria ma anche cos’erano l’onestà e l’orgoglio. E tutto ruota attorno a questo, alla povertà. Alessandro, chiamato “Ale” dagli amici, ma poi Sandro dalla stampa nazionale, fece di tutto per portare qualche soldo a casa e aiutare babbo Guglielmo: ciabattino, ripara biciclette, manovale e muratore. Un giorno mentre lavorava all’interno di una villa vide la padrona di casa che saliva le scale con un piatto di fette di carne e lui non riuscì a staccare gli occhi da quel cibo che poteva solo sognare. La signora se ne accorse: «Alessandro hai fame? » , gli disse, ma lui fu deciso: «No, no grazie». Ma poco dopo la donna torna e gli porta una pagnotta ripiena di sugo e di carne. Il giovane Mazzinghi ringrazia, la prende e se l’infila all’interno della camicia. E la donna: «Ma non mangi? » . E lui: «No, la porto a casa, la mangerò con mamma Ernesta...» .

Questo fu il propellente che condusse Mazzinghi sino al firmamento del pugilato: la povertà e i buoni sentimenti. Altrimenti non ce l’avrebbe mai fatta a conquistare il titolo mondiale dei pesi medi junior e per due volte la corona mondiale dei superwelter, e anche a prendersi la corona europea della stessa categoria e vincere per ko 64 incontri su 69. Recentemente confessò: «Dal giorno in cui capii che col pugilato ci sapevo fare, anche per merito dei consigli del mio fratello Guido, non vidi altro che palestra e sacrifici, allenamenti e cura della tecnica. Non ero di quei pugili che si davano alla bella vita; io cercavo il riscatto, sapevo cosa voleva dire non avere niente e volevo costruirmi una vita dignitosa. E quando andavo a casa pensavo già all’allenamento del giorno successivo e al match che avrei dovuto affrontare perché alla mia famiglia volevo costruire un futuro sereno» .

E l’amata moglie Marisa, donna di grande sensibilità e i due figli David e Simone cresciuti con i giusti principi ci tengono a ricordare il loro campione: «Avvertiamo ogni giorno la sua mancanza, ma al contempo lo sentiamo con noi» , dicono. «È stato un marito e un padre perfetto, ci ha insegnato tanto con l’esempio prima ancora che con le parole. Ed ha fatto tanto del bene anche se talvolta – aggiungono – non ha ricevuto neppure un grazie. Ma babbo ci ripeteva sempre “fate del bene perché siete convinti nel farlo, solo così diventerete veri uomini”» .

Ieri la famiglia Mazzinghi è stata sommersa di messaggi. “Ci siamo commossi molto anche per ciò che ci ha scritto la signora Elena Giuffré, moglie del grande Aldo, che con suo marito assieme a Walter Chiari e a Renato Rascel erano sempre a bordo ring quando nostro padre combatteva a Roma». E tifosi di Mazzinghi erano anche Mina, Delia Scala, Renato Salvatori, Franco Interleghi, Nicola Pietrangeli e Aldo Fabrizi.

Riccardo Minuti, pontederese, uno tra gli amici più cari di Sandro, che ha scritto pagine magistrali sul Campione (” Mazzinghi, un eroe del 900” , edizioni Tagete, 2018), ci ricorda quando andava a vederlo mentre si allenava. «Da ragazzino m’impressionavo quand’era in azione dove mostrava una forza smisurata, una mobilità incredibile sul tronco abbinata a grande velocità. Mentre portava i colpi al sacco – sottolinea Minuti – Sandro faceva paura e ci volevano due persone a tenere fermo il sacco che si deformava sotto la prepotenza distruttiva dei suoi pugni. Nacque così il nostro Ciclone di Pontedera, perché poi in combattimento s’esaltava anche di più...» .

E così mentre era da poco finita l’era di Coppi e Bartali stava nascendo quella di Mazzinghi e Benvenuti. Il Ciclone di Pontedera diventa campione del mondo dei superwelter nel doppio combattimento con Ralph Dupas, prima al Vigorelli di Milano poi allo stadio di Sydney. In Australia succede di tutto. Dopo il primo pranzo in terra australiana Mazzinghi accusa un malessere, vomita, si sente male. Recupera ma da quel giorno inizia a cucinare sempre suo fratello Guido e fila tutto liscio sino al combattimento dove Sandro arriva in condizioni smaglianti. Non molti anni fa il campione ci confidò: «I sistemi pugilistici australiano e americano erano molto pericolosi e lo sapevamo. Per cui prendemmo le nostre contromisure. Ma suscitò molti dubbi anche l’arbitro che non intervenne per una proditoria testata di Dupas che mi procurò una ferita poi suturata con trenta punti. Però risolsi io che riuscii a mandarlo ko. E dopo rifiutai le cure dei medici di Sydney, preferendo aspettare quelle italiane...» .

Ma la grandezza di Mazzinghi emerge negli anni anche dopo aver perso il titolo nel doppio incontro con Benvenuti, con la rivincita che fece gridare allo scandalo (mentre nel primo match Sandro fu costretto a combattere nonostante un incidente stradale dal quale non si era ancora rimesso, per una frattura al cranio). Dunque dovette aspettare il 26 maggio del 1968 per poter gridare al mondo «il più forte sono io». Perché a Milano, dinanzi a 50 mila persone, distrusse Ki-Soo Kim e riconquistò il titolo dopo uno degli incontri più violenti della storia del pugilato, strappando la corona dei superwelter al pugile che aveva detronizzato Benvenuti. Infatti poi il Ciclone di Pontedera sentenziò: «Visto? È come sostengo da anni: nel pugilato il successo arriva attraverso il dolore».

E quello è un successo duraturo. Un successo di risultati e simpatia per il suo generoso modo di combattere che ha portato la rivista specializzata Boxe Rec ad eleggere Sandro Mazzinghi il come miglior superwelter di tutti i tempi e ad a farlo entrare nella Hall Fame mondiale e poi italiana. Sempre in Italia a Mazzinghi è stata dedicata anche una mattonella nella Walk of Fame, la strada dei campioni di tutti gli sport. Premi e riconoscimenti che in tarda età hanno potuto ricompensare il Mito di Pontedera, penalizzato e bistrattato se non emarginato in parte anche dalla boxe nostrana che in alcune circostanze con decisioni perentorie aveva inciso sulla sua carriera. Ma tanto alla fine vinse lui.

Tuttavia Sandro Mazzinghi non era soltanto il “toro scatenato del ring” : perché amava anche la musica e si scoprì persino cantante di successo. Eppoi la passione per la scrittura: dagli appunti che prendeva prima e dopo ogni match nacquero alcuni libri, il più celebre “Sul tetto del mondo” , Scramasax edizioni, Firenze 2003. Ma su di lui sono state scritte altre appassionanti storie che hanno lasciato il segno, come “Pugni amari” , e “Anche i pugili piangono” di Dario Torromeo, 2016.

Una decina d’anni fa andai a intervistarlo nella sua villa in cima alla collina. Lo trovai seduto in giardino. Mi disse: «Le vedi le mie vigne? Se le curi bene, nel tempo e con pazienza ottieni un buon vino. Così è il pugilato: se hai qualità e ti alleni con sacrificio e serietà il successo arriva». Ciao Sandro, continua a fare ottimo vino d’annata sul tuo stupendo “Tetto del Mondo” che ti sei guadagnato con onestà e tanta fatica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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