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L’intervista 

Francesco Colonnese festeggia i 50 anni: «Per ciò che ho fatto devo tutto a Simoni»

Luca TroNchettI
Francesco Colonnese festeggia i 50 anni: «Per ciò che ho fatto devo tutto a Simoni»

«Il giorno più bello? La vittoria con l’Inter nella finale Uefa Il più brutto la partita con la Juve e l’amarezza del mister» 

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Luca TroNchettI

Grinta, velocità, feroce applicazione. Il riscatto sociale per un ragazzo nato nel profondo Sud passa anche da queste componenti. Che, quasi sempre, da sole non bastano se un pigmalione, non ti aiuta, ti prende per mano e crede nelle tue qualità. Francesco Colonnese, il “Guerriero della Lucania” e per i tifosi nerazzurri “Ciccio Colonna” come il suo stile di gioco fisico e duro, oggi compie 50 anni. E li festeggia nella sua bella di Montecatini con la moglie Monica e il figlio Lorenzo, 15 anni, che proprio l’altro giorno ha firmato il suo primo contratto con il Genoa. «Il regalo che mi aspetto? Passare una bella giornata in famiglia e stare bene in salute. Le uniche cose che contano».

Una carriera, quella di Colonnese, iniziata in ritardo. Perché il ragazzo della Lucania era interessato alla pallacanestro: «Sì. - racconta l’ex centrale dell’Inter - Sino a dodici anni giocavo a basket: playmaker nel Potenza. Uno sport che mi appassiona ancora e quando posso corro a vederlo dal vivo oppure in tv. Sarà anche un caso, ma ho sposato la figlia di Gino Natali, ex general manager dell'Olimpia Milano e della Virtus Roma, e mio cognato Nicola gioca in A2 a Forlì. La palla a spicchi per me è di casa. Il mio idolo: Marco Belinelli, un autentico marziano».

Settore giovanile nell’Aviglianese e debutto choc appena diciottenne in C2 a Potenza. «Mio padre Vincenzo, geometra ad Avigliana, a dieci chilometri dal capoluogo della Basilicata, era presidente della squadra locale. Io ero fissato con la pallacanestro, ma volevo emulare i miei fratelli Giuseppe e Maurizio, specie il maggiore che era un mancino fortissimo. Alla fine solo l’unico che è riuscito nel calcio. Il mio esordio nei professionisti? E chi se lo dimentica: 17 settembre 1989 stadio Viviani di Potenza. Mister Luciano Aristei mi getta nella mischia alla prima di campionato contro la Turris. Morale? Perdiamo 3-0. Contestati e asserragliata negli spogliatoi sino a tarda sera. Pensai: ma ho scelto proprio lo sport giusto?».

Dal Potenza al Giarre sino all’incontro che ti cambia la vita: quello con Gigi Simoni. «Aristei mi fece esordire con i grandi, Angelo Orazi, il mister dei siciliani, mi valorizzò consentendo la convocazione nella rappresentativa nazionale di C. Ma se sono diventato un giocatore lo devo al mio secondo padre: Gigi Simoni. Le più grandi soddisfazioni della mia carriera le ho avute grazie alla sua fiducia: il torneo anglo italiano con la Cremonese nel 1993 e la Coppa Uefa con l’Inter nel 1997. Ricordo nell’estate del 1992 la firma del contratto in un ristorante di Cremona. C’erano il presidente Domenico Luzzara, il diesse Erminio Favalli e Gigi Simoni. A colpirmi furono proprio le parole del mister: “Ricorda, da questa società sono passati tanti calciatori famosi. Noi ti abbiamo scelto e voluto perché crediamo nelle tue qualità. Adesso tocca a te dimostrare con il comportamento, con l’applicazione e con il rispetto per la città e per i tifosi che meriti questa chance che ti è stata offerta”. Quella frase pronunciata in modo fermo, ma con pacatezza mi ha accompagnato durante tutta la mia carriera. L’intesa con il mister è stata subito epidermica. L’affetto e la riconoscenza per questo uomo vero resteranno per sempre». D’altronde solo il mister gentiluomo ha saputo trarre il meglio da Colonnese. Alla Roma con Mazzone, il difensore, pur reduce da una vittoria con la nazionale under 21 di Cesare Maldini, era troppo giovane. «Il Sor Carletto mi diceva: “Non sono in questo club per fare scuola guida” e alla fine giocai 5 partite». Al Napoli, con Vujadin Boskov reduce dal ciclo d’oro della Sampdoria, impiegò sei mesi per guadagnarsi la maglia di titolare. Alla Lazio, nell’era post Cragnotti, venne messo fuori rosa per non aver accettato il piano di risanamento.

Il momento più esaltante e quello più amaro della sua carriera.

«Li ho vissuti tutti con il mio maestro Simoni: la prima grande vittoria con la Cremonese in uno stadio (Wembley) che avevo visto solo in tv. Ma soprattutto il trionfo al Parco dei Principi con l’Inter in Coppa Uefa. Ci davano per morti dopo la farsa di 15 giorni prima a Torino con la Juventus. Ma alcune dichiarazioni sui media dei giocatori della Lazio fecero arrabbiare di brutto Ronaldo. Alla vigilia della sfida ci riunì nello spogliatoio: “Tranquilli ragazzi, oggi ci penso io”. Andate a rivedere quella partita: il Fenomeno, al di là del gol, fece ammattire la difesa meno perforata del campionato. Da bimbo, ero tifoso del Napoli, da quella notte mi sono innamorato dell’Inter e dei suoi tifosi. Il giorno più brutto: il 26 aprile 1997 a Torino contro la Juve. Sin dall’inizio abbiamo capito che le cose avrebbero preso una certa piega: l’arbitro aveva un atteggiamento dispotico nei nostri confronti. Vedere un signore come Simoni entrare in campo è stato un choc emotivo di grande impatto: la ribellione delle persone perbene contro il sistema. Passeranno cent’anni, ma quell’immagine resterà scolpita ai posteri».

Chi erano avversari più scorbutici e quello che lei ha fatto soffrire di più.

«Con Vieri, Inzaghi e Enrico Chiesa erano duelli senza esclusione di colpi. Totti invece non mi ha mai fatto gol e con me per tre volte è finito anzitempo sotto la doccia. Gli stavo appiccicato addosso: si innervosiva e perdeva lucidità finendo per protestare e commettere falli inutili».

Chi è oggi il nuovo Colonnese e qual è il suo segreto.

«Sul piano dell’aggressività mi piace Romero dell’Atalanta. Il mio segreto? La concentrazione. Dal venerdì mi isolavo: staccavo il telefono e non rispondevo neanche a mia mamma Margherita. Osservavo con attenzione maniacale i dvd per studiarmi i movimenti degli avversari».

Quali sono i compagni che ricorda con più affetto.

«Quelli dell’Inter. Dalla goliardia di Taribo West che con indosso la tunica pregava nello spogliatoio dell’Inter, a Luigi Sartor che s’improvvisava sonnambulo e armato di coltello svegliava nel sonno uno spaventatissimo Moriero fingendo di pugnalarlo. Una squadra che avrebbe potuto mietere successi con alla guida Simoni, il vero mastice di quel fantastico gruppo».

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