Sicurezza
Dal dischetto undici metri di adrenalina
Roberto Parlanti, solo un rigore sbagliato in carriera, giocò con Passalacqua: suo il primo "cucchiaio" italiano
La magica notte di Wembley ha lasciato un amletico dubbio sugli adrenalinici tiri dagli undici metri. È giusto appellare tale appendice con la nomea di “lotteria” quando un portiere viene premiato atleta top manifestazione? Era dai tempi del nazionale sovietico Lev Jascin che un estremo difensore non aveva così tanta popolarità. Detto ciò, c’è poi la comprovata bravura di chi mette con cura la sfera sul dischetto, al pari di una delicata rosa rossa sul letto dell’amata, e quindi isolandosi da tutto, calcia.
Dalla Valdinievole arrivano prestigiose testimonianze a supporto della tesi che nell’esecuzione del penalty ci sia del fondamento e dello studio. La questione passa a luminari del settore, in primis il montecatinese Roberto Parlanti, classe 1951, bagnaiolo della zona del mercato. È un terzino dai piedi buoni e dalla castagna micidiale: la Fiorentina scommette su di lui (una decina di presenze) e poi manda a giro per lo Stivale. L’Emilia diventa la seconda casa a partire dall’esperienza con la Reggiana. A metà anni 70, gioca assieme a Sileno Passalacqua, classe 1949. Sarà il funambolo riccioluto borghigiano ad avere il copyright del primo rigore “a cucchiaio” in Italia, durante un Ternana – Genoa del 1979, pietra miliare sull’arte di interpretare la sublime esecuzione. In Europa lo aveva fatto il cecoslovacco Panenka nel 1976.
Intanto a settembre del 1974 c’è il derby di Coppa fra Torres ed Olbia. In campo spicca il poderoso Pietro Dezio, classe 1954, pescarese di nascita ma valdinievolino di adozione, cresciuto nelle giovanili del Toro e approdato nell’isola per rinforzare la compagine sassarese coi talentuosi fratelli Piga. «Sul 4-1 per noi l’arbitro ci dette un rigore – spiega Pietro ,– vidi i gemellini di Palau, da poco maggiorenni, parlottare fra loro. Mi venne in mente cosa provavano agli allenamenti e capii tutto. Marco, al fischio, anziché calciare in porta, toccò il pallone in avanti per Mario che depositò la sfera nel sacco. I tifosi impazzirono; il nostro mister Sanna, che non era stato messo al corrente andò su tutte le furie».
Citata cotanta perla, torniamo a Parlanti e alla Reggiana. La sua occasione arriva nel finale della sfida esterna col Genoa: spiazza Girardi e realizza il momentaneo 2-2 prima che i grifoni trovino l’acuto vincente. Nel corso dell’annata Albanese, Francesconi e Sacco si alterneranno con alterne fortune, ma è ancora Parlanti a siglare il suo secondo rigore in B, col Genoa al ritorno. Parma, Modena e Rimini le tappe successive. Sulla riviera romagnola diventa leggenda. Stadio Neri, settembre 1980, Rimini-Bari. Al 20’ l’arbitro concede ai locali un rigore. Sul dischetto però non si presenta nessuno. Tutti tentennano, il pubblico rumoreggia. Maurizio Bruno, trainer dei riminesi urla «Roberto, provaci». Breve rincorsa e fucilata nell’angolo, Venturelli è battuto. Il Rimini vince 3-1. In quel torneo Parlanti spiazzerà Cavalieri (Monza), Ciappi (Taranto), Recchi (Cesena) Sorrentino (Catania) e Buso (Pisa). «Le riprese tv a quei tempi erano poche ma non studiavo i portieri – spiega lo spietato cecchino – Calciavo abbinando sempre potenza e precisione nell’esecuzione. Qualcuno intuiva la traiettoria, sfiorava il pallone ma nulla più».
La stagione seguente Parlanti “uccella” due volte Reali (Cremonese) e De Luca (Lecce). Si avvicina a casa, firmando per la Pistoiese. Va a bersaglio contro Palermo e Reggiana fregando Piagnerelli ed Eberini. Ad interrompere il 20 febbraio del 1983 la serie iniziata otto prima è un 21enne glaciale, Michelangelo Rampulla del Varese, primo portiere a realizzare un gol su azione in Serie A. «Ricordo lo sguardo del giovanotto sul pallone. Non tirai male. Si mosse un attimo prima e mi fregò». Un unico errore in carriera. Dopo arrivarono le trasformazioni a Palermo e col Como in casa. La stagione seguente toccò a Pionetti (Como), Cervone (Catanzaro) Benevelli (Atalanta), Torresin (Como) e Oddi (Cavese) raccogliere la sfera nel sacco, prima dell’addio al calcio professionistico.
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