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la chiusura della stagione 

Gli azzurri Under 20 speranza del rugby ma chiude l’Accademia di formazione

Alessandro Cecioni
Gli azzurri Under 20 speranza del rugby ma chiude l’Accademia di formazione

Innocenti, presidente della Federazione: «I ragazzi andranno nelle squadre e così ci sarà più concorrenza»

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C’è tanta Toscana nel rugby che ha appena chiuso la stagione con il Sei Nazioni Under 20 e che si prepara ad affrontare, nei test di novembre, nientemeno che gli All Blacks. L’Under 20 si è piazzata quinta con una sola vittoria, ma la differenza punti (+4) fa la spia di quanto i ragazzi di Brunello siano stati vicini alle squadre più forti, Inghilterra vincitrice con il grande slam in testa (27-17 il finale). Ma la sconfitta che pesa di più è stato l’11-13 con la Francia, solo due punti di differenza e un piazzato sbagliato all’ultimo minuto che poteva dare una vittoria prestigiosa ai nostri azzurrini.

Quattro i toscani sempre in campo, Ian Neculai potente pilone rugbysticamente nato all’isola d’Elba ora ai Cavalieri Union Prato, Simone Gesi, livornese doc, ala capace di una progressione spaventosa, Lorenzo Pani, fiorentino in forza ai Cavalieri Union Prato, estremo offensivo, Lorenzo Cannone, ora al Petrarca, ma fiorentino doc ex Florentia, terza centro potente, Matteo Baldelli, tallonatore dei Cavalieri Union Prato. Questo solo per stare sull’ultima partita. Tutti meno Gesi, passato dal Livorno al Colorno, sono frutto del sistema di formazione federale, sono stati prima a Prato e poi all’Accademia nazionale Ivan Francescato, fucina di talenti azzurri.

«L’Accademia chiude – dice il presidente della Fir Marzio Innocenti, anche lui livornese doc – I ragazzi che non hanno ancora trovato un ingaggio nelle squadre della nostra massima divisione, non amo il nome Top 10, andranno nelle Zebre, la franchigia federale impegnata nel Guinness Pro14. Il sistema di formazione e reclutamento deve cambiare». Restano, per ora, i quattro Centri di formazione federale (Prato, Milano, Roma, Treviso), ma saranno Under 19 e non più Under 18, questo ferma di fatto l’arrivo dei 2005 per i quali si prevede un destino diverso perché il disegno è quello di chiudere anche questi centri. «La formazione si farà nei club, secondo direttive nazionali e con la supervisione di tecnici federali», dice ancora Innocenti. Il problema è che per ora poche società hanno una struttura che possa essere paragonata a quella di un centro di formazione (tecnici, campi, palestre, fisioterapisti, nutrizionisti, staff medico). Un talento che si trova all’Elba come Ian Neculai, tanto per fare un esempio, non potrebbe più andare a Prato ma dovrebbe cercare in Toscana, una società di riferimento in cui allenarsi durante la settimana per giocare poi la domenica con il suo club. «Per questo abbiamo previsto società tutor che possono prendersi cura di questi ragazzi, ma senza tesserarli con colori diversi», dice ancora il presidente.

Il rischio è quello di un pendolarismo esacerbato mentre prima con i centri di formazione residenziali c’era una continuità di lavoro. «Io credo che così avremo più occhi sui talenti che giocano anche in piccole realtà», insiste Innocenti. Talenti che, insieme a quelli che escono dalla nazionale Under 20 potrebbero avere vita dura una volta arrivati in prima squadra.

Fra le decisioni prese da Innocenti e dal nuovo consiglio nei primi 100 giorni di governo federale, c’è quella di aprire al tesseramento libero per chiunque abbia passaporto italiano e sia «eleggibile per la nazionale secondo le regole della World Rugby». Tradotto significa largo agli oriundi, ovvero a chi ha nonni o genitori italiani, anche se nati in Argentina, Australia, Sudafrica, Stati Uniti, Uruguay, tanto per citare alcuni paesi dove l’immigrazione italiana è stata forte e dove il rugby è sport conosciuto. Per loro tesseramento come fossero giocatori italiani. A ben vedere una contraddizione con l’idea dello sviluppo di talenti formati in Italia. «No, non è così – dice ancora Marzio Innocenti – è mettere concorrenza. Oggi i ragazzi che escono dall’Accademia pensano di avere diritto a un posto in squadra, ma non è così. Pensate a quante selezioni deve superare un ragazzo neozelandese (anche lì ci sono nipoti di immigrati molto interessanti) per arrivare agli All Blacks. La concorrenza è decisiva anche in prospettiva nazionale».

E qui si arriva al nocciolo del problema. «I maggiori introiti della federazione arrivano dalla nazionale, dal Sei Nazioni, dobbiamo tornare ad essere competitivi, sono sei anni che non vinciamo almeno una partita nel Torneo, non è possibile. Dobbiamo dare a Kieran Crowley, che è un ottimo tecnico, gli strumenti per invertire la rotta».

Intanto l’Italia è una delle poche nazionali che ha saltato il tour estivo. Nemmeno un test match prima di quelli autunnali che saranno belli tosti: Nuova Zelanda, Argentina e, unica abbordabile, Uruguay. È vero che paradossalmente non giocando (e non perdendo) siamo risaliti di una posizione nel ranking, da quindicesimi a quattordicesimi. —

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