Il Tirreno

Sport

Giampiero Boniperti Una vita in bianconero all’insegna dei trionfi

PAOLO CARLETTI ;
Giampiero Boniperti Una vita in bianconero all’insegna dei trionfi

Arrivò alla Juventus a 17 anni, da giocatore vinse tanto con Charles e Sivori Da presidente con il Trap portò la squadra a grandi trionfi in Italia e all’estero

4 MINUTI DI LETTURA





PAOLO CARLETTI

Se ne è andato a 93 anni, dopo una vita dedicata alla Juventus. Giampiero Boniperti era arrivato a Torino a 17 anni, preso dalla squadra del suo paese, Barengo (Novara) per 60mila lire. Da allora fu un crescendo di successi, divenne presto una colonna della squadra, un’icona del calcio, e dopo aver lasciato le scarpette, un presidente vincente dal 1971 al 1994. Infine presidente onorario. Appassionato, freddo però nella gestione e nelle decisioni, la proprietà e i calciatori lo rispettavano non solo per il suo grande passato, ma anche per la chiarezza che a volte poteva sfociare in una sorta di cinismo, ma sempre finalizzato a qualcosa. «Vincere non è importante, è la sola cosa che conti» è la frase coniata da Boniperti, destinata anch’essa a fare storia nella società bianconera. E d’altronde Boniperti aveva fatto il pieno di soddisfazioni nella sua vita da calciatore. Attaccante raffinato, alla sua seconda stagione (aveva solo 20 anni) vinse la classifica dei cannonieri e nel ’50 e ’52 arrivarono i primi scudetti. Con John Charles e Omar Sivori composn il “Trio Magico”. Conquista altri tre scudetti e due Coppe Italia. Smette di giocare nel ’61, a 33 anni, con il record di presenze (469) e gol (188), che solo Del Piero nel 2010 – il suo pupillo – riuscirà a superare. Una carriera celebrata anche dalla Fifa, nel 2004, che lo inserì tra i 125 migliori giocatori della storia.

Questa è la prima parte dell’epoca Boniperti quando esaltava i tifosi davanti alla Tv in bianco e nero. Ma la seconda vita del presidente non sarà da meno, tutt’altro. A dieci anni dal ritiro, nel 1971, torna alla Juventus come presidente. Comincia un’altra era esaltante, quella in tandem con Giovanni Trapattoni in panchina, che volle a tutti i costi malgrado lo scetticismo generale, e una squadra di giovani italiani che costituiranno poi l’ossatura della Nazionale campione del mondo nel 1982 in Spagna. Da Zoff a Scirea, e poi Cabrini, Tardelli, Causio, Paolo Rossi, Gentile, Furino, Anastasi, Bettega e tanti altri. Nell’era dei due stranieri per squadra impossibile dimenticare Platini e Boniek. E al centro di tutto c’era lui, l’unico italiano che da giocatore era ammesso in Inghilterra nelle partite contro il Resto del Mondo. Per questo teneva sul suo comodino una fotografia della regina. Come da calciatore, gli piaceva essere al centro della società, ma cercando di evitare clamori e troppe apparizioni. Intervistarlo era difficile, maestro nello “svicolare” dalle domande che non riteneva opportune. Viveva ogni momento con passione e pienezza, caratteristiche che gli creavano anche qualche ansia. E infatti dalla tribuna non riusciva a godersi una partita fino al 90’ perché all’intervallo era già sparito dallo stadio. E con i giocatori i rapporti erano di grande amore e uguali contrasti. I procuratori ancora non esistevano, e molti ricordano le estenuanti trattative sindacali di campioni del mondo come Rossi e Tardelli con un presidente duro come una roccia, dall’intelligenza raffinata, abituato a far firmare in bianco i contratti ai giocatori. Altri tempi, un calcio diverso ma non per questo meno affascinante, che Boniperti affrontava sempre con coerenza e grande passione. Era figlio di una maestra e di un sindaco, e si era diplomato ragioniere. Sapeva fare i conti Boniperti, sia durante il mercato come nel calcolare gli ingaggi dei calciatori.

E vinceva le sue scommesse, sempre o quasi. Con Trapattoni alla guida della squadra, la Juventus vinse subito lo scudetto (con record di punti, 51). Con Boniperti alla guida arrivarono scudetti, Coppe continentali e intercontinentali. Sedici trofei in bacheca della squadra che divenne la prima ad aver vinto tutte le competizioni Uefa. Anche se alcuni avversari, quando ancora giocava, gli avevano affibbiato il maligno soprannome “Marisa”, per i suoi capelli biondi e la sua eleganza (ma sul campo era una furia), da presidente dette tanti dispiaceri ai suoi “nemici”. Tra le sfide più sofferte si ricordano le stracittadine contro il Toro (a cui da giocatore comunque segnò 14 reti, più di ogni altro). Il Torino di Pulici, Graziani, Zaccarelli del resto era un grande avversario. Il legame più forte con i giocatori che portò a Torino li strinse con Scirea e Del Piero. Al grande libero bianconero e azzurro un giorno chiese di dare anche qualche pedata agli avversari, ma la risposta di Gaetano fu secca: «Presidente, non ne sono capace». La sua morte nel 1989 in un incidente in Polonia, dove era andato a visionare i futiri rivali bianconeri in coppa, fu un vero dramma personale, oltre che per tutto il popolo juventino e non solo. E anche a Del Piero (quando i procuratori cominciavano ad affacciarsi nelle trattative) fece firmare un contratto in bianco, ma lui sapeva che sarebbe diventato un campione, e fino a quando rimase sulla poltrona di presidente se lo coccolò senza riserve. Negli ultimi anni è sempre rimasto vicino alla Signora.

Il momento più toccante dell’inaugurazione dello Stadium resta quando Boniperti si diresse verso il centro del campo al fianco proprio di Del Piero, l’unico ad aver segnato più di lui. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web