Sicurezza
Brio: quando mi infortunai mi raddoppiò lo stipendio
L’ex stopper era legatissimo a Boniperti: «Era una persona eccezionale Con lui presidente si poteva firmare in bianco, questo è un giorno triste»
LUCA TRONCHETTI
Lacrime e ricordi da un gigante – che dall’alto del suo metro e novanta sovrastava gli attaccanti avversari – a un gigante – che per mezzo secolo sia sul campo che dietro una scrivania è stato una delle personalità più importanti del calcio italiano. Per Sergio Brio, 65 anni il prossimo 19 agosto, per oltre un decennio stopper della Vecchia Signora, Giampiero Boniperti, calciatore, presidente e bandiera della Juventus, è alla stessa stregua di un padre: «Mi ha voluto, mi ha difeso, mi ha aspettato, mi ha raddoppiato lo stipendio quando nessuno avrebbe scommesso sul mio recupero. Gli devo tutto: è il momento più triste della mia vita».
L’INCONTRO
Torino, luglio 1974, galleria San Federico a due passi da piazza San Carlo. Brio non ha ancora compiuto 18 anni e ha già debuttato in C nel Lecce. Ad accompagnarlo a Torino, Attilio Adamo tecnico delle giovanili e talent scout salentino. «Boniperti, appena mi vide, rimase a bocca aperta. “Che pezzo di marcantonio, che fisico bestiale. Fossi in te andrei al bar vicino prenderei una bottiglia, la spezzerei in due e direi a qualcuno di farsi sotto!”. Da quel momento lui divenne il mio punto di riferimento».
LE TELEFONATE
«Con lui alla presidenza non ho mai esitato a firmare in bianco. E non mi sono mai pentito. Quando a inizio carriera la Juventus mi mandò in prestito a Pistoia ogni domenica mandava un osservatore di fiducia a seguirmi: da Carlo Parola a Cestmír Vycpálek (lo zio di Zeman) a Ugo Locatelli. Mi vedeva come erede di Francesco Morini e quando mi feci male nel 1980, un grave infortunio al ginocchio con i medici che sostenevano non sarei più tornato a giocare, il “Presidente”, mi chiamò in ufficio dopo l’operazione e mi raddoppiò l’ingaggio tanto era sicuro del mio recupero. Un grande manager, l’unico che sapeva tener testa all’Avvocato che di lui aveva massima fiducia, immenso sul piano umano. I giocatori erano come dei figli. S’interessava alla loro vita e al loro futuro. Certo, non ti regalava nulla. Perché la Juventus era la sua vita. Era l’unica cosa che contava per davvero e quindi nessuno poteva prendere più del lecito e del consentito. Oggi non esistono più le bandiere, certi valori sono scomparsi e i soldi vengono prima di tutto. Ma Boniperti non avrebbe mai tradito la maglia bianconera neanche se lo avessero ricoperto d’oro. Anche quando ho lasciato il club abbiamo continuato a sentirci al telefono: Natale, Epifania, Pasqua e il 4 luglio, giorno del suo compleanno. In occasione dei suoi 90 anni sono andato a trovarlo a casa assieme a Causio. Aveva voglia di rivederci e ci ha accolto con grande affetto. “Sei sempre una Roccia” mi ha detto abbracciandomi. Abbiamo parlato di tutto e soprattutto della nostra Juventus. Lui Lucido e ironico come ai bei tempi. “Quando passi da Torino vieni a trovarmi anche solo per un caffé, la porta è sempre aperta” mi ripeteva al telefono ogni volta come un mantra. Lo ha fatto anche lo scorso Natale quando ci siamo sentiti per i consueti auguri. Mi avevano detto che da qualche settimana non voleva più mangiare: ma lo ritenevo immortale ed ero sicuro che si sarebbe ripreso. Ho perso il mio padre putativo».
LA CACCIA E IL TRAp
Per tre stagioni (1991-94) Brio ha fatto il vice a Trapattoni. «Il Trap e Giampiero erano inseparabili e io mi univo a quei due grandi uomini. Eravamo inseparabili e Boniperti ci invitava a cena. Essendo lui ottimo cuoco e buon cacciatore si metteva ai fornelli. Io che detesto la selvaggina ero al centro delle battute e degli sfottò dei commensali. Era uno spasso vederli discutere di calcio. Quasi sempre non erano d’accordo. Ma alla fine era il Trap a decidere la formazione. E Boniperti, da gran signore, non ha mai fatto invasioni di campo anche se di calcio e di calciatori se ne intendeva più di qualunque altro».
Brio conclude: «Il giorno più bello della sua vita? Quando la Juve ha vinto l’Intercontinentale in Giappone. Aveva portato la sua squadra sul tetto del mondo. L’Heysel? Lui quella partita non voleva giocarla. Ricordo ancora quando entrò nello spogliatoio e con una pietosa bugia ci disse che era morto un tifoso e dovevamo onorarlo in campo. Doveva recitare una parte e lo fece. Ma i suoi occhi erano pieni di lacrime». —
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