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Euro 2020, non siamo i più forti ma... i motivi per sognare

Giorgio Billeri
Euro 2020, non siamo i più forti ma... i motivi per sognare

Attorno alla Nazionale di Mancini c’è un’atmosfera speciale, antica eppure nuova: quelle delle grandi estati dedicate al dio pallone, dove l’azzurro diventa passione, voglia di comunità, identificazione, tensione, gioia di esserci

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Non siamo i più forti, non ci illudiamo di esserlo. Ma attorno a questa nazionale c’è un’atmosfera speciale, antica eppure nuova: quelle delle grandi estati dedicate al dio pallone, dove l’azzurro diventa passione, voglia di comunità, identificazione, tensione, gioia di esserci.

Facile volare con la mente ai pomeriggi di gloria di Spagna 1982 o alle notti piene di stelle del 1990: quando ci gettavamo nei fontanoni, perché quello era il nostro di modo di celebrare le vittorie azzurre e di uscire dal quotidiano per entrare nella dimensione del sogno.

Il gruppo di Mancini, edificato mattone per mattone sulle rovine della gestione Ventura e della ignominiosa uscita dal Mondiale 2018, il punto più basso della nostra storia pallonara recente, qualche punto di contatto con i gruppi di Bearzot e di Vicini (meno con il 2006 di Lippi, dove il talento era molto superiore) ce l’ha: un gruppo cementato dalla difficoltà di una scalata del sesto grado, di una riedificazione dalle ceneri, tanti giovani alla prima grande ribalta o vecchi draghi senza macchia né paura, i tifosi che si sono uniti attorno alla maglia dopo la grande delusione. E poi quei numeri, le 27 partite senza sconfitta, la difesa tornata la Maginot come da italica tradizione, il centrocampo che non si appiattisce sull’avversario ma impone tempi e modi, l’attacco che pur senza stelle abbaglianti (Immobile è comunque Scarpa d’Oro, non lo dimentichiamo) il suo mestiere lo sa fare.

C’è voglia di azzurro, voglia di esultare sulle terrazze, davanti alla tv e al prosciutto e melone. Anche per uscire da un lungo tunnel fatto di lockdown, paura e solitudine.

Ma bisogna essere onesti e porsi degli obiettivi ragionevoli: ci sono almeno quattro-cinque squadre più forti, esperte e complete della nostra. Francia, Belgio, Germania, Spagna, forse anche Portogallo e Inghilterra hanno una rosa più tecnica e profonda: basta scorrere l’elenco per far tremare le vene dei polsi. Ma le grandi imprese, quelle che ci hanno spinto con i tricolori e le trombette per le strade delle nostre città, nascono proprio da questo, dal non essere favoriti, dal saper rovesciare lo status quo con coraggio, faccia tosta, fantasia e quella fortuna che non stona mai. Non siamo più forti, ma siamo convinti e abbiamo un Paese intero che soffia alle spalle. Mancio lo ha detto: il sogno è Wembley. Prendiamolo. — RIPRODUZIONE RISERVATA

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