Il dolore
L’ultimo tackle, poi l’eternità
Tarcisio è morto nella sua Versilia. Domenghini: un esempio per tutti Boninsegna: non c’è dubbio, il più grande difensore di tutti i tempi
Era la Roccia a cui si aggrappava nei momenti più difficili l’Inter di Angelo Moratti e del Mago Herrera, ma anche la nazionale di Ferruccio Valcareggi che nel 1968 conquistò il tetto d’Europa e due anni dopo venne sconfitta al mondiale messicano soltanto dal Brasile dell’immenso Pelé. A ottantadue anni ci lascia Tarcisio Burgnich un campione d’altri tempi, un protagonista silenzioso: poche sussurrate parole, tanti fatti. Burgnich era sinonimo di solidità, di forza, di carattere, di coraggio, di senso del dovere. Lui in campo era una roccia. Il soprannome naturale imposto da un altro grande nerazzurro scomparso – come un tangibile segno del destino – proprio il 26 maggio di cinquant’anni fa: Armando Picchi. E l’aneddoto merita di essere citato. Ferrara, 14 aprile 1963, Spal-Inter 0-0. L’ala sinistra Carlo Novelli prova il dribbling sulla destra ed entra in rotta di collisione con Burgnich. Nell’impatto l’attaccante della Spal finisce a terra a qualche metro di distanza mentre il difensore nerazzurro riconquista la sfera e rilancia l’azione. Capitan Picchi, che due anni prima aveva giocato con gli estensi proprio assieme a Novelli, si avvicina al malcapitato ex compagno uscito malconcio e dolorante dall’uno contro uno e lo rincuora con una battuta che resterà storica: «Ti capisco, sei andato a sbattere contro una roccia». E da quel momento e per sempre nasce il mito del marcatore più forte della storia del calcio italiano. Una storia iniziata nel 1956 nella Pro Romans, per poi passare all’Udinese con Dino Zoff, alla Juventus del grande Charles sino al Palermo dove realizza il primo gol in serie A. Ma è nell’Inter che Burgnich diventa un campione assoluto.
DA BONIMBA A BORDON
I cinque scudetti, le due coppe dei campioni, l’ Intercontinentale, la Coppa Italia e i tanti trionfi sono ben poca cosa di fronte all’uomo e alla sua statura morale. Un hombre vertical che ha fatto dell’umiltà, del lavoro e del rispetto per l’avversario il suo irrinunciabile vessillo. Se Massimo Moratti è stato il primo a telefonare nel cuore della notte al figlio Gualtiero appresa la notizia del decesso, il ricordo commosso, spontaneo e sincero dei suoi ex compagni appare il manifesto di una vita sportiva senza macchia e senza paura. Per Roberto Boninsegna non ci sono dubbi: Burgnich è il più grande difensore di tutti i tempi: «Lo credevo indistruttibile, praticamente immortale. Andate a leggere le presenze in campo: mai un infortunio, mai un’influenza. Giocava sempre. Quando militavo nel Cagliari pregavo che lui si occupasse di Riva. E anche Gigi quando doveva affrontarlo non era affatto tranquillo tanto che diceva “Mi sa che passo una domenica difficile”. Siamo diventati come fratelli durante il mondiale del Messico. Ricordo ancora il suo gol alla Germania, in una delle rare volte in cui si è affacciato all’area di rigore avversaria. Voleva colpire di testa in occasione di un corner. Invece il terzino tedesco Held, cercando di rinviare, calciò male e fornì involontariamente un assist perfetto per “Tarcio” che la mise dentro. Negli spogliatoi, per farlo arrabbiare, gli feci notare che era impossibile sbagliare quel gol e lui, con un mezzo sorriso e con quel suo tono basso della voce, replicò: “Guarda che se ti becco in campo..”. Perché la Roccia sul rettangolo verde non aveva amici. Quando ero nelle giovanili dell’Inter durante la partitella giocavo a sinistra e lo incrociavo sempre. Mi piaceva dribblare e lui mi veniva vicino sussurrando “Non più di tre tocchi al quarto ti legno”. Non me lo facevo ripetere due volte: giocavo la palla di prima». Sinceramente commosso Angelo Domenghini: «Voglio parlare del mondiale del 1970. Se l’Italia arrivò in finale il merito è principalmente suo. Nessuno lo ha mai detto, ma Tarcisio giocò tutte le partite senza mai sbagliarne una. E in campo era una sorta di allenatore. A me, che giocavo sulla sua fascia, indicava la posizione e i tempi di rientro. Il gol di Pelé in finale – e una rete di O’Rey si può perdonare a tutti – è colpa di un cambio di marcature comunicato a partita in corso. Perché lì doveva esserci Rosato e Burgnich fu preso in controtempo altrimenti Pelé quando segnava contro di lui? É stato un compagno eccezionale, un esempio di professionalità». Ivano Bordon non può dimenticare la partita di ritorno a Milano con il Borussia: «Vincemmo 4-2 e superammo il turno. Alla fine del primo tempo si tolse lo scarpino destro: aveva uno squarcio all’altezza del tallone d’Achille con il sangue che colava. Non disse niente. Si fece medicare e con quella ferita in un punto delicato rientrò in campo senza un lamento». Aristide Guarnieri, un anno più anziano di Burgnich, vuole ricordare l’amico di una vita («un ragazzo d’oro dal fisico eccezionale») in un momento extra calcistico: «Lo rammento durante una vacanza estiva a Forte dei Marmi. Io, lui e Facchetti a un concerto alla Bussola di Ella Fitzgerald, una delle più grandi cantanti jazz della storia della musica. E dopo l’esibizione che ci lasciò estasiati andammo a cena tutti assieme».
SARTI E FACCHETTI
La Toscana e la Versilia hanno unito la Grande Inter. Sarti abitava a Firenze, Burgnich prima ad Altopascio e poi a Viareggio e Facchetti passava le vacanze a Forte dei Marmi. Quell’incipit di un mantra recitato come un Ave Maria da tutto il popolo nerazzurro oggi si riunisce nei campi celesti. Spiega Gianfelice Facchetti, figlio scrittore e commediografo, di Giacinto Magno: «In ritiro facevano a gara a chi parlava di meno. Entrambi taciturni, ma con un carattere e una generosità difficilmente riscontrabili. Hanno dormito più insieme loro nei ritiri che con le loro mogli. Ma il ricordo indelebile dai racconti di mio padre è quello legato alla semifinale dell’Europeo del 1968 quando, dopo il pari con l’Unione Sovietica, alla monetina si decise il passaggio alla finale. Mio padre, che era il capitano degli azzurri, scelse “testa” e l’Italia andò in finale». Gli azzurri vinsero la competizione per la prima e unica volta nella loro storia. Al rientro negli spogliatoi tutti fecero festa. Tutti, tranne Burgnich: «Era in un angolo – conclude Gianfelice Facchetti – e quando papà si avvicinò per chiedergli perché era rimasto serafico lui gli rispose con il suo inconfondibile sorriso: “Agli altri lo avevo detto: di là alla monetina va Giacinto e ci pensa lui”. Sapeva già come andava a finire . Con Tarcisio se ne va un pezzo importante della nostra grande famiglia». —
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