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CICLISMO: GIRO D’ITALIA 

Nizzolo sale sull’ultimo treno per velocisti

Antonio Simeoli
Nizzolo sale sull’ultimo treno per velocisti

Zampata sul traguardo di Verona. Il gruppo riprende fiato, oggi l’assalto alla terribile ascesa dello Zoncolan

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Antonio Simeoli

VERONA. Mettiamola così. A Verona Giacomo Nizzolo (Qhubeka) rompe il ghiaccio al Giro e tira la volata allo Zoncolan, oggi primo vero giudice inappellabile del Giro 104.

Il 32enne milanese, campione europeo, aveva un lungo conto in sospeso con la corsa rosa. Tappe tolte (l’ultima al Giro 2016), secondi posti in serie, anche quest’anno, tanto da fargli dire senza mezzi termini ieri alla partenza da Ravenna: «Corro per il secondo posto». Detto, fatto. Ha vinto, con merito, perché è stato il più coraggioso a capire che Edoardo Affini (Jumbo), in visita parenti nella sua Mantova 30 km prima, con quella sparata poco dopo l’ultimo km stava per far saltare il banco. Nizzolo è uscito allo scoperto, ha vinto, superando Affini, la maglia ciclamino Peter Sagan (Bora) e il sempre piazzato Davide Cimolai (Israel), quarto. Fuori dai giochi il più atteso, Elia Viviani (Cofidis), nono, che nella sua Verona puntava a festeggiare la nomina a portabandiera olimpico.

«Avevo l’obiettivo di riuscire a fare la volata, sono felicissimo, finalmente è arrivata la prima vittoria», ha detto Nizzolo.

Quanto è bella l’Italia, lo hanno potuto vedere ieri ancora una volta i corridori partiti, nel segno del Sommo Poeta, dai Mosaici di Ravenna, passati per i Palazzi di Mantova, e arrivati nella città dell’Arena. Insomma, per i big la quiete prima della tempesta.

In tutti i sensi. Perché il meteo per oggi in Carnia sullo Zoncolan non promette nulla di buono. I corridori, quando dopo i primi dieci chilometri, abbordabili ma non troppo, troveranno la neve, mai così tanta caduta negli ultimi anni, dovranno superarsi.

Tre chilometri pazzeschi, punte al 22%, una scalinata al cielo che il Giro testò, per la prima e unica volta prima di trasferirsi all’inferno dell’altro versante, 18 anni fa con l’assolo rosa di Gilberto Simoni e l’ultimo sussulto in carriera di Marco Pantani.

“Gibo”, che poi vinse il Giro, era in rosa e aveva una manciata di secondi di vantaggio su Stefano Garzelli: lassù mise in cassaforte la maglia. Farà altrettanto oggi il colombiano Egan Bernal? Il ds dell’Ineos Matteo Tosatto, una carriera da gregario e di lusso, era in gruppo quel giorno del 2003 e prima del Giro ha mandato a radiografare quella salita il russo Pavel Sivakov, uscito presto di scena. «Abbiamo “riposato” vediamo, sarà una tappa durissima, non conosco la salita ma sarà battaglia, questo è sicuro», ha detto la maglia rosa. Primo osservato speciale: Alexander Vlasov (Astana), zitto zitto a 45” dal colombiano. Beppe Martinelli, il suo ds, quel giorno nel 2003 era in ammiraglia dietro Simoni. «Gli ho spiegato la salita, il favorito oggi è Bernal, ci difenderemo, speriamo che il tempo regga». In ordine sparso poi esame in vista per Simon Yates (Exchange), Giulio Ciccone e il leone Vincenzo Nibali (Trek); e poi l’unica speranza italiana da podio, Damiano Caruso (Bahrain), che da gregario sogna momenti di gloria.

È la prima vera salita del Giro, la più attesa. Farà danni per chi pedala. Farà divertire i 1.500 fortunati a bordo strada in quel finale da brividi (la salita è a numero chiuso causa restrizioni Covid) e quelli a casa, e al riparo dalla pioggia, davanti alla tv. Nel 2010, per l’impresa di Ivan Basso furono oltre quattro milioni, record del Giro ancora imbattuto. Il versante era quello di Ovaro, ma le pendenze non sono poi tanto diverse. —

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