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GIRO D’ITALIA 

Vendrame il rivoluzionario Il veneto si regala un sogno

Antonio Simeoli
Vendrame il rivoluzionario Il veneto si regala un sogno

Al termine di una lunga e coraggiosa fuga arriva una vittoria attesa a lungo «Dedicato a tutti quelli che mi vogliono bene». Oggi i velocisti, poi lo Zoncolan

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Antonio Simeoli

BAGNO DI ROMAGNA. A Gino Bartali, cui era dedicata la tappa di ieri la vittoria di Andrea Vendrame, 26 anni da Santa Lucia di Piave, terra del Prosecco, sarebbe piaciuta da matti. Ad Alfredo Martini, altro gigante del nostro ciclismo cui anche era dedicata la frazione che da Siena ha portato il Giro d’Italia a Bagno di Romagna pure. Anzi, lo storico cittì, ricordato ieri in modo commovente anche da uno dei suoi “figli”prediletti, l’attuale guida dell’Italbici Davide Cassani, avrebbe preso Vedrame da parte e lo avrebbe accarezzato. Perché il veneto dell’Ag2r, uno che ha dovuto emigrare in Francia dopo tre anni alla corte di Gianni Savio nella “piccola” Androni, per trovare una squadra Pro Tour che credesse in lui, ieri, appena l’Emilia lascia il posto alla Toscana, sulle insidiose rampe delle salite finali di una tappa che i big di classifica hanno “concesso” ai fuggitivi di giornata, ha fatto un capolavoro. In fuga con 16 compagni, Vendrame prima ha controllato, poi ha attaccato sulle dure rampe del Passo del Carnaio (il nome dice tutto) quindi è stato riassorbito da tre compagni di avventura, Gianluca Brambilla (Trek), George Bennett (Jumbo) e Chris Hamilton (Dsm) per poi completare l’opera battendo proprio quest’ultimo australiano in una volata a due.

Un finale, quello del veneto, che è la prova che ieri a Bagno di Romagna abbia vinto un talento cristallino. Freddo nell’attaccare, ancor di più nel tenere duro e poi attendere il momento giusto per lanciare lo sprint, dominato.

«Sono un rivoluzionario - ha detto – sono andato a correre in Francia, sapendo benissimo che là corrono in modo diverso dal nostro e c’è una rivalità con gli italiani. Invece mi sono trovato bene e con il mio compagno Bouchard, che lotta per la maglia di leader della montagna, abbiamo fatto un grande lavoro». La dedica? «Dovessi dedicarla a fidanzata, genitori e a tutti quelli che in questi anni mi hanno aiutato staremmo qui un giorno: quindi a tutti quelli che mi vogliono bene, facciamo così», dice. Perché la sua storia di quello che ha riportato il tricolore agli ordini d’arrivo in questo Giro dopo lo show inaugurale di Ganna e otto secondi posti azzurri, è da raccontare. In sintesi: viene centrato da un’auto a Vittorio Veneto nel 2016 quando era under 23 alla Zalf Fior e quasi ci lascia le penne. Le cicatrici al volto restano, c’è la barbetta da allora a coprirle. Poi Giro 2019, San Martino di Castrozza. È in fuga con Esteban Chaves, è veloce come si è visto ieri, ma la catena gli cade sul più bello: delusione. Finita? Macchè. Un automobilista, di quelli che vedono i ciclisti come fumo negli occhi, prima dello scorso Natale lo prende a pugni a Conegliano. Poi si infortuna a inizio stagione. «E adesso sono qui a raccontare questa vittoria incredibile, grazie a Luciano Rui della Zalf altrimenti forse avrei smesso, e a Gianni Faresin, che è ancora il mio allenatore». Chi gioisce, chi piange. Alessandro De Marchi (Israel), uno degli eroi di questo Giro per la maglia rosa tenuta due giorni è caduto a inizio tappa: sei costole rotte e tanto altro: addio Olimpiadi. E c’è chi non molla: Vincenzo Nibali (Trek) attacca in discesa prima dell’arrivo, guadagna una manciata di secondi, ma dimostra ancora orgoglio e classe. Egan Bernal (Ineos), saldamente in rosa non gradisce molto: «Per pochi secondi non valeva la pena rischiare». Oggi volatona a Verona, domani lo Zoncolan. Si ballerà. —

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