Il dolore
Bobo Gori, storico doppio ex «Conte è l’erede di Herrera»
LUCA TRONCHETTI
Detiene un record invidiabile. È tra i quattro calciatori italiani del dopoguerra ad aver vinto lo scudetto in tre squadre diverse (Inter, Cagliari e Juventus) e sicuramente quello ad averlo fatto giocando il minor numero di minuti e partite. Ma soprattutto è l’unico ad aver vinto campionati italiani e trofei europei e intercontinentali giocando con la Beneamata e con la Vecchia Signora. Perché Sergio “Bobo” Gori, 75 anni, milanese di sangue toscano – il babbo Pietro era di Altopascio e gestiva nel capoluogo lombardo il ristorante “Alla Collina Pistoiese” ritrovo degli interisti mentre lo zio Ottavio era il titolare dell’Assassino, la trattoria quartier generale dei milanisti – con i nerazzurri in tre stagioni e una trentina di presenze ha vinto due titoli italiani (1964-65, 1965-66), due Coppe Intercontinentali (1964 e 65) e una Coppa dei Campioni (1964-65). Con i bianconeri in due anni (1975-77) e poco meno di 35 presenze ha vinto uno scudetto e una Coppa Uefa (1976-77). «A fregarmi è stato il peso – racconta Gori che dopo aver smesso con il calcio ha curato l’attività paterna –. Non riuscivo a scendere sotto i 75-76 chili e il Mago Herrera andava su tutte le furie. Mi aveva etichettato come un “figlio di papà”, visto che i miei avevano il ristorante, che non rispettava il suo regime alimentare. Hai voglia di spiegargli che stavo alle regole, ma che mi bastava guardare il cibo per fare il chilo. Lui era il monarca dello spogliatoio, un duce inflessibile che non voleva sentire ragione e alla fine il rapporto si è logorato. Per me però Herrera è il più grande di tutti: un allenatore innovatore con una mentalità vincente. È stato il primo a far affiggere cartelli motivazionali nei muri dei corridoi dei campi di allenamento per darci la carica, il primo a organizzare ritiri prolungati, il primo a curare ogni aspetto della vita dell’atleta. Per me che sono nerazzurro dalla nascita lui resta il re degli allenatori. Con i giocatori il buonismo non serve e per questo ammiro moltissimo Antonio Conte, il tecnico italiano che più si avvicina al Mago. Certo, non è simpatico. Ma nel calcio non conta l’allegria contagiosa. Contano personalità, leadership e capacità di leggere le partite e di saper modificare la squadra a seconda dell’avversario. E Conte ha pochi rivali». L’Inter è stato il brodo primordiale di Gori: «Il soprannome “Bobo” me lo ha affibbiato appena nato un ex attaccante dell’Inter, Giorgio Barsanti (anche lui toscano, nato a Viareggio), che mangiava nel ristorante di mio padre e quando mi portarono in fasce nel locale lui esclamò “Guarda Bobo”».
A sette anni il chierichetto Gori fa un voto: accende un cero alla Madonna in occasione di un derby: «Ero un bimbetto e può sembrare blasfemo. Ma la pregai di far vincere l’Inter e il desiderio fu esaurito. Qual era all’epoca il mio giocatore preferito? Il portiere Livio Puccioni, anche lui toscano (era di Castelfiorentino ed è morto a San Miniato) che veniva a pranzo da mio padre assieme ai vari giocatori anni Cinquanta come Matteucci, Invernizzi, Venturi e il grande Picchi». Logico che uno così non può che iniziare a dar calci a un pallone dai pulcini della Beneamata: «Mi presero subito e Meazza fu l’allenatore più importante nel settore giovanile. Imparai non tanto la tecnica quando la disciplina e il comportamento. Giocavo mezzala sinistra e durante un allenamento tra prima squadra e De Martino, il Mago, tra il primo e il secondo tempo, viene verso di me e mi ordina di giocare da centravanti. Di lì a poco il debutto in serie A a 17 anni e mezzo. Quella stagione, pur giocando con il contagocce, vinsi tutto e segnai un gran gol al Comunale contro la Juventus. Quel 2-0 finale ci consentì di raggiungere il Milan che aveva perso con la Roma e poi di scavalcare i cugini e conquistare lo scudetto. Mi trovai subito a mio agio con campioni del calibro di Suarez, Mazzola, Corso, Burgnich e Facchetti. Non hanno mai avuto, come oggi accade spesso, un atteggiamento da divo. Mai un rimprovero, ma sempre una parola di aiuto e di conforto».
Gori giocando con la maglia dell’Inter non ha mai perso contro la Juve (un pari e una vittoria) e giocando con la maglia bianconera ha sempre battuto i nerazzurri (tre vittorie). «Dopo aver lasciato la Beneamata e aver trascorso sei anni fantastici a Cagliari accanto a un mito come Gigi Riva sono finito alla Juventus. In realtà dovevo andare al Milan. Albino Buticchi, allora presidente rossonero, mi aveva già chiamato per mettersi d’accordo sull’ingaggio». Ma non aveva fatto i conti con Giampiero Boniperti: «Il giorno precedente al trasferimento ricevetti una telefonata del patron bianconero che mi invitava a casa sua. Firmai per la Juventus e con Bettega mi trovavo a meraviglia. Ma il secondo anno con Trapattoni scivolai tra le riserve. Per me più che un tecnico lui è stato un aziendalista».
Qualcuno accosta Gori all’esterno di centrocampo Rodrigo De Paul dell’Udinese: «Io ero più seconda punta e poi all’epoca c’era più tecnica e meno fisicità. Come finirà Juve-Inter? Sulla carta i nerazzurri sono appagati, ma io non vorrei essere al posto di Pirlo» . —
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