La manifestazione
«Senza vivai è la fine»
D’Arrigo: i ragazzini devono sognare di giocare per la loro città
TOMMASO SILVI
Programmare. Chi lo fa, sopravvive. Chi non lo fa, muore. «Si vive ancora troppo di campanilismo, di desideri della tifoseria. Si fanno le corse ad allestire squadroni ma ci si dimentica di strutturare il futuro. Andando incontro a situazioni drammatiche».
Così Francesco D’Arrigo, 62 anni, da dieci impegnato come insegnante nella scuola tecnica di Coverciano, con il compito di formare gli allenatori del domani. Tante panchine nella sua carriera, comprese quelle di Lucchese e Pistoiese. Due delle quattro formazioni toscane retrocesse - tutte insieme - dalla C alla D. Le altre sono Livorno e Arezzo. Una catastrofe pallonara di “casa nostra” senza precedenti nella storia recente. A difendere l’onore del Granducato restano Fiorentina, Empoli – fresco di promozione in A - Pisa, Pontedera, Carrarese e Grosseto. Granata e maremmani, tra l’altro, impegnate, nel prossimo fine settimana, nei playoff per la Serie B.
C’è un problema di progettualità alla base del disastro calcistico toscano, secondo lei?
«Certo, è evidente. Accanto all’allestimento della prima squadra deve esserci quello del vivaio.
Invece spesso le società si occupano di assemblare formazioni ambiziose, magari spinte dalle pressioni dei tifosi, che vogliono prevalere sulle altre realtà toscane, soprattutto su quelle rivali. E così facendo si perde di vista l’obiettivo primario, che è quello di mantenere i bilanci in pari ed evitare scivoloni».
Però ci sono anche delle eccezioni, dei modelli da seguire, giusto?
«Assolutamente. In primis l’Empoli, che del proprio settore giovanile ha fatto un fiore all’occhiello, da molto tempo. Si crea tanti giocatori in casa, evitando spese azzardate e riuscendo, spesso, a monetizzare attraverso la cessione dei calciatori che il club stesso ha formato.
In Serie C l’esempio da tenere presente è quello del Pontedera. Costi ridotti, mercato oculato, pochi proclami e tanto lavoro. Non solo, negli ultimi anni è stato tirato su un impianto all’avanguardia, il centro sportivo Oltrera, che permette ai ragazzi di allenarsi al meglio».
Per puntare sui giovani servono impianti dove fargli svolgere l’attività sportiva. Com’è la situazione, in Toscana, da questo punto di vista?
«Non buona, purtroppo. Esistono società professionistiche che fanno spogliare i ragazzini in locali senza riscaldamento, in cui a volte non arriva neppure l’acqua calda.
Per convincere un giovane a scegliere una squadra invece di un’altra bisogna invogliarlo, dargli la sensazione che troverà tutti gli strumenti per diventare un calciatore vero. O almeno, per provarci senza lasciare niente di intentato».
Ora arriva la fase più difficile per le “decadute”. La ripartenza dalla Serie D. «E il problema è sempre il solito. Come ripartono queste società? L’ideale sarebbe affidarsi ai giovani di proprietà. Ma se non hai un potente settore giovanile alle spalle, questo non si può fare. Allora si comprano giocatori esperti, che costano molto e non danno, comunque, la garanzia del successo. Magari qualcuno riesce a tornare in C, ma una volta ritrovato il professionismo, la trafila riparte. Ogni anno è una ricostruzione. E le ricostruzioni si pagano a caro prezzo».
Il calcio è cambiato moto negli ultimi anni. Forse alcune società non hanno saputo adeguarsi?
«Non esistono più i presidenti pieni di soldi che investono per realizzare i sogni dei tifosi. Le realtà calcistiche, ormai, sono come una catena, che per girare ha bisogno di essere oliata in ognuno dei suoi ingranaggi. Il grosso lavoro da fare è sul territorio. Fare in modo che i ragazzini ambiscano a giocare con la maglia della città in cui sono nati. E per fare questo ogni club deve avere istruttori preparati nelle scuole calcio e strutture all’altezza. Altrimenti i talenti scappano via, e poi non li riprendi più».
Ed è cambiato anche il ruolo dell’allenatore? «Certamente, in modo particolare quello degli allenatori dei vivai. È fondamentale comprendere che non si possono far allenare gli adolescenti come i calciatori della prima squadra. Bisogna lavorare, oltre che sulla tecnica, anche sull’atteggiamento generale in campo. Servono istruttori preparati. Troppo spesso, però, allena chi porta gli sponsor alla società. E questo per il calcio è un gran male». —
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